Fanfiction

Missione plesiosauro

L’immagine è sotto copyright dell’autore, non spacciatela per vostra. NON E’ UNA MIA CREAZIONE QUESTA COSA STUPENDA *Q*.

Ci sono molti modi per cominciare qualcosa, il suo è evidentemente quello sbagliato.
L’ha trovato irritante dal primo minuto in cui è tornato operativo, disgraziatamente per quel povero ragazzo.
Vocetta petulante, toni saccenti e un paio di occhiali.
Oltre a un gran cervello e molto sangue freddo, ma queste cose non le vuoi valutare, vero James?
Disgraziatamente ha mosso l’ennesima obiezione al tuo rozzo e poco moderno modo di portare a termine l’ultimo incarico affidatoti.
L’hanno affidato a te e non a lui, perché deve sempre mettere alla prova la tua pazienza con quelle battutine?
Decidi che puoi fargli le tue rimostranze in puro stile british non appena rientri, cioè subito.
“Q, potresti evitare di obiettare sull’età dei miei metodi mentre sto cercando di eliminare un terrorista? E’  un filino deconcentrante”.
Lo vedi sobbalzare e ti sfugge un ghigno.

“Non pensavo che ti avrei mai sentito usare un termine tanto moderno come –filino- e i tuoi metodi sono pleistocenici”.
“Il fatto che tu ritenga giurassici i miei metodi non vuol dire che lo siano”.
Ogni volta e solo con lui gli tocca ricominciare quella stupida discussione.
“Ti hanno riassegnato un alloggio”.
“E tu come lo sai?”
“Io sono il cervello dell’agenzia, se il cervello non sapesse cosa pensa…”
“Ma il cervello non sa cosa pensa…” replica sarcastico lo 007.
“Sai chi abita al 1456 di Amberly Road?”
Silenzio.
Se qualcuno avesse voluto vedere uno 007 impallidire, gli sarebbe bastato informarlo che avrebbe dovuto condividere l’alloggio con quell’essere con più brufoli che esperienza che è a capo della sezione Q.
“Se rientri dopo le undici fai prima a restare fuori” lo informa l’hacker.
“Ti sembra che io abbia bisogno di una madre?”
“Mi sembra che tu non conviva civilmente con qualcuno da molto tempo”
Oh, giusto.
“Hai chiacchierato con M, di recente” dice solo l’agente.
“Ecco perché sei tu lo 007 e non io” risponde il trentenne con espressione e tono fintamente sorpresi.
Bond alza i tacchi ed esce dalla sezione Q a passo spedito.
Non comincia bene per niente,eh?
E dire che ci ha provato a andare d’accordo con Q in ambito lavorativo, ma a quanto pare è impossibile.
“Pensavamo di riassegn…”
Entra nell’ufficio del nuovo M, pronto a sorbirsi una pappardella infinita sui cambiamenti da apportare con la nuova gestione, cosa  che in effetti stava per succedere.
Non presta molta attenzione al discorso, sono tutte cose che si aspettava di sentirsi dire.
“Skyfall, la sua missione più difficile…”
Bond alza rapidamente lo sguardo verso il cielo.
Gli torna in mente un certo ragazzino della sezione q con annessi e connessi, ogni dettaglio più irritante del precedente.
Il suo incarico più difficile sarebbe iniziato quel giorno e non se n’è accorto nessuno.
Dio salvi la regina, ma anche gli 007 ogni tanto.

2)Anche quella mattina si è svegliato in un letto non suo in una casa che non gli appartiene.
Si alza dal materasso e con pochi e rapidi gesti si riveste.
Ogni tanto si chiede ancora come certe cose possano accadere senza che lui le comprenda.
Secondo alcune persone certi fatti non dovrebbero nemmeno cominciare e l’agente non può che dirsi d’accordo.
Quella pseudo storia sommata a quella fantaconvivenza sono accettabili: nessuno vuole nulla, nessuno chiede niente.
Distrattamente, mentre si sfiora il colletto della camicia, perché lì c’è, per chi sa vedere, l’ombra di un succhiotto, ormai scolorato, si avvia verso la sua colazione.
Il suo coinquilino è in piedi da un pezzo, impegnato in un progetto così complesso che se lo 007 gli chiedesse di cosa si tratta, si sentirebbe rispondere che non capirebbe comunque perché è un plesiosauro.
Ogni tanto si domanda se quell’essere preistorico sia il suo animale preferito, visto che lo nomina ogni secondo che il Big Ben scandisce.
Sentendosi sezionato dallo sguardo pungente di Bond l’informatico gli porge una custodia con una mano e con l’altra regge la tazza di caffè che sta bevendo.
“Bravo plesiosauro, aprila”.
C’è dentro una pistola, pulita e carica.
“Quei cosi sono i tuoi animali preferiti?”
Il moro risponde distrattamente, senza badare troppo a ciò che ha chiesto James: annuisce e sventolando una mano gli ricorda che deve uscire.
L’uomo si avvia verso l’ingresso e casualmente, tac.
“Ahia!” brontola il trentenne.
Casualmente, certo!Chi colpirebbe casualmente alla nuca un altro essere umano con lo spigolo di una valigetta?
Avrebbe dovuto ricordarsi di trovare un altro animale preferito.

3)“M, è Natale?”
La donna lo guarda con compatimento: ”Ve ne siete dimenticato?” domanda divertita porgendogli un piccolo oggetto avvolto in una carta verde pisello.
Bond non sa se odia di più quel colore o il cane sulla scrivania della boss.
L’agente accetta il dono.
“Perché non mi avete ancora regalato una casa?”
“Mi ha preso per una ONLUS?” chiede M prima di allontanarsi sorridendo: pungolare James è un po’ il suo sport preferito, le piccole schermaglie verbali che ingaggia con lui la mettono sempre di buon umore.
Si dirige verso l’unità Q, posto che si aspetta di trovare disadorno, freddo e con tutti i pc e i cervelli funzionanti e in perfetta efficienza.
Gli piace.
“Plesiosauro , sai già dove trovare quello che cerchi” dice l’informatico pulendosi gli occhiali e proseguendo il suo lavoro.
Ma quanta simpatia.
“Buon Natale anche a te” sibila lo 007 aprendo una custodia d’un anonimo grigio ed estraendone l’arma che contiene.
Le feste e quel nomignolo lo mettono di pessimo umore, senza contare la convivenza forzata.
“Ah, è stata leggermente modificata”.
Bond resta in silenzio, in attesa che il discorso del ragazzo prosegua.
Il silenzio perdura per due, tre, cinque minuti.
A mali estremi estremi rimedi.
Q sbianca: un proiettile gli è passato a un millimetro dall’orecchio,conficcandosi nel suo bellissimo laptop.
“Ricordati di darmi una spiegazione quando te la chiedo” lo avvisa minaccioso l’agente.
“Plesiosauro, non hai chiesto nulla” tenta di far notare in tono pacifico Q.
Pessima idea.
Lo sguardo dell’agente si incupisce.
“Ok, ok, mi arrendo” sbuffa sconfitto il trentenne alzando teatralmente le mani mentre James lascia la stanza coi suoi nuovi giocattoli e dopo aver posato sulla scrivania perfettamente ordinata dell’informatico un pacchetto color verde pisello.
Quello è decisamente un pessimo Natale: ha un pc da buttare,  un plesiosauro da aspettare e un disgustoso cane di porcellana in carta verde di cui disfarsi.
Sospira.
Avrebbero dovuto darla a lui la licenza di 007, altrochè.

4)La prima volta che l’ha visto di ritorno da una missione, dopo Skyfall, ha avuto davvero paura.
L’azione delle cure mediche prestate al termine dell’incarico si nota nei punti che tengono insieme due lembi di un sopracciglio, sulle mani e su un gomito.
Non vuole immaginare a cosa sia dovuta l’ustione sotto l’occhio destro, lo squarcio sul braccio che spicca fresco di rimarginazione.
E’ appena rientrato, è stanco e senza proferire parola s’è buttato sul divano.
Q si allontana dal pc e gli stende sopra una coperta lisa.
Agli altri non si mostra debole e fragile: lo fa solo col suo coinquilino, fra quelle quattro mura.
Bond mugugna qualcosa che potrebbe suonare sia come un “grazie” sia come “aodf0cbw”.
“Fatti una dormita, plesiosauro”.
Si chiede se quella situazione sarà permanente: uno che aspetta l’altro sino al giorno in cui non ci sarà più nulla da attendere.
Ora comprende quanto sia saggia la scelta degli agenti operativi di non legarsi a nessuno, per quanto possibile.
Tentativo inutile se sei uno che ragiona come una macchina ma ha un cuore umano, dei sentimenti.
Non vuole pensare a cosa succederebbe se un giorno, Bond, per davvero…
Inquieto, termina una decrittazione e poi s’infila sotto le coperte.
Quando la sua mente funziona di nuovo sui binari giusti si ritrova a pensare una cosa quasi confortante, nella sua semplicità e verità.
Di certo lui non sarebbe morto per una pistola puntata alla tempia, al massimo sarebbe morta la pistola.

5)Il giorno di San Valentino è una particolare disgrazia soprattutto se ti capita di vivere un James Bond single e di ritorno da una missione piuttosto lunga.
James Bond odia Natale,Pasqua, San Valentino e qualunque altra festività se non può trascorrerla in compagnia di una donna o in missione.
E anche in quel caso la odia lo stesso.

“Giorno?”
“Sprecato”.

“Buongiorno Bond”.
Tutto quello che il povero Q riceve in risposta è un mugugno.
“Immagino che oggi sia uno di quei giorni in cui un giovane che ha ancora l’acne e un plesiosauro tremendamente scazzato e piuttosto amareggiato si trovano nella stessa situazione.” soffia l’informatico da sopra la sua tazza di Earl Grey mattutina guadagnandosi un’occhiata gelida da Bond.
“Q, cosa c’era di poco chiaro nella mia occhiata?”si costringe a parlare James servendosi una tazza dello stesso tè con poca grazia e ancor meno entusiasmo prima di accomodarsi sul divano di casa.
“Non vuoi parlarne, quindi chi è morto questa volta?”
L’uomo lo squadra da capo a piedi.
“Il fatto che condividiamo un tetto e occasionalmente un letto non significa che tu abbia diritto di saperlo” replica volutamente cattivo.
“E’ quella italiana?”
Lo 007 fa solo un cenno col capo.
Ogni tanto si domanda cosa diavolo gli succeda quando si ritrova a battibeccare, punzecchiarsi, discutere, collaborare e persino a convivere con quel genietto infernale.
Con luisente che può rilassarsi un attimo, l’aria è un po’ più respirabile e gli riesce persino qualche risata spontanea alternata al solito ghigno con cui fa strage di cuori femminili.
Oppure riesce a essere semplicemente più umano.
“San Valentino non è una buona giornata per nessuno, specie se siamo di riposo” asserisce con convinzione il ventenne mentre conclude la colazione sotto lo sguardo ciano di Bond.
James termina il pasto e si concede una dose di liquore piuttosto generosa.
“San Valentino è un giorno perso” sentenzia Bond.
Il moro gli sfila il bicchiere di mano, annuendo.
“Sei così fan del trapianto di fegato?” domanda tentando di alleggerire l’atmosfera che si era appena fatta di una pesantezza a cui era sì abituato, ma dalla quale era difficile riemergere.
Il plesiosauro deve adorare il mugugnare, lo fa così spesso…
“Sono orgoglioso di come sto servendo il mio paese”.
Quello Q lo ha afferrato praticamente subito.
Improvvisamente, sotto la luce fioca della lampadina a risparmio energetico, nota una cosa che lo colpisce con la forza di un calcio nello stomaco.
“Sei stanco”.
Nessun dubbio, nessun colore particolare della voce, una semplice e arida, matematica e logica constatazione.
Sa benissimo di avere addosso lo sguardo di James(quanto poco lo chiama così…), ne sente la pressione, come avere un ago alla base del collo.
La mano gli trema di nuovo: da dopo Skyfall ogni tanto capita, ma è bravo a mascherarlo.
A casa non è mai successo, Q gli afferra il polso e attende che passi.
Prima o poi tutto passa, anche la stanchezza, che scorre via come l’acqua su una roccia di fiume.
James resta immobile per qualche secondo, poi scosta gentilmente la mano di Q dal suo avambraccio.
“Grazie, Q”.
Ecco, sono quelle piccole cose che riescono a spiazzarlo ogni volta che entrano in contatto.
Sì, deve dire che spiazzato è il termine giusto per identificare la confusa sensazione di stomaco chiuso e incredibile calore che avverte ogni volta che succede qualcosa di simile: gli hanno detto che ha pianto quando è morta M, ma vedere certe cose coi propri occhi è molto diverso dal sentirsele raccontare.
“Andiamo a far due passi, plesiosauro?”
“Piove” fa notare l’uomo indicando l’acquazzone che sta dando il meglio di sé fuori dalla finestra.
“Allora ti va di  raccontarmi qualcosa?” domanda il ventenne spostandosi sul divano di casa.
Il racconto consente di esorcizzare le paure, le angosce, le implicazioni emotive.
Quando racconti non c’è più nulla intorno a te, solo chi ti ascolta e il mondo che per lui stai creando.
Per tutti questi motivi il narrare è diventato un modo di comunicare consolidato per Q e Bond: quando la tensione diventa alta e son vicini al punto di rottura uno dei due comincia a raccontare qualcosa, non importa se reale o di fantasia, attinente o no all’argomento iniziale della discussione.
“Sai come ho scoperto di non soffrire di claustrofobia?”chiede l’agente, accomodandosi meglio sul divano.
Il moro nega ma è decisamente curioso di scoprirlo.
“Quando ero piccolo, mi sono nascosto per due giorni in un tunnel scavato ai tempi della Riforma,  sotto casa mia”.
Skyfall.
L’informatico è perplesso.
“E non sei uscito da quel cunicolo fetido e umidiccio per due giorni?Come hai fatto? Qualunque bambino o ragazzino sano di mente sarebbe decisamente morto di paura”.
“Diciamo che non ero in vena di vedere nessuno ”.
Nessun tono nostalgico, nessun rimpianto, dispiacere o rimorso.
Quelle son cose per principianti, per bambini.
Q si pulisce gli occhiali, riflettendo in silenzio.
“E cosa hai fatto due giorni nel ventre della madre Terra?”
“Ho riflettuto, per quanto un bambino possa riflettere su certe cose” conclude James.
Non osa chiedere ancora quale sia stato l’oggetto dei pensieri del Bond bambino.
“Beh, è decisamente un qualcosa che rende certi di non essere claustrofobici” conviene il ventenne.
L’uomo annuisce.
“Sai perché la missione è stata classificata come Skyfall?”
“Immagino abbia qualche riferimento con l’oggetto del tuo incarico…” tenta Q.
La luce negli occhi dello 007 è cambiata di nuovo: l’informatico è un buon osservatore e ha imparato a decifrare quei segnali abbastanza presto.
“Skyfall era casa mia”.
Questa sì che è una sorpresa.
“Sei di nobili natali, dunque”.
“Lo stemma di famiglia è il cervo, se questo stuzzica la tua passione per il ficcanasare”.
Sul viso del giovane compare un sorrisetto.
Ecco, l’atmosfera è tornata distesa, la storia può proseguire.
“E’ interessante: se non sei nobile sei decisamente ricco, più ricco di quanto immaginassi io, perlomeno”.
Lo 007 tace, vuole capire dove le contorte elucubrazioni del coinquilino lo porteranno.
“Perché sei diventato un agente segreto?”.
Ahia.
La risposta a questa domanda è stata calibrata bene.
“La vendetta è un buon motivo”.
“Our is the fury, eh?”
“Ficcanaso”.
Lo ha messo nel sacco, ma figuriamoci se deve pure discolparsi per aver fatto una microscopica ricerca su internet.
All’hacker viene da ridere a quella replica e persino Bond si lascia sfuggire, in un sussulto di umanità, un risolino, contagiato dall’ilarità del coinquilino.
Pare abbia smesso di piovere.
“Sei mai stato in Scozia?”
Q nega.
“Dovresti andarci, prima o poi”.
“A casa tua mi ci porti tu, plesiosauro” risponde il più giovane alzandosi per sistemare le tazze della colazione, un po’ più allegro.
Ha smesso di piovere.
La luce del sole filtra dalle finestre, Bond da un bacio al ragazzo.
“Ci sono già, ficcanaso”

6)Quanto diamine parla quel ragazzo? Altro che ottimi propositi, l’unica cosa di cui gli fa venir voglia è di sparargli.
Irritante.
E dovrebbe piantarla pure di usare quel nomignolo.
Il loro condividere un appartamento è mutato presto in qualcosa di più profondo.
I legami umani per lui sono sempre stati come il veleno*, ma stavolta c’è stato un elemento che gli ha impedito di sottrarsi al gioco: non è solo difficile, è … intrigante, imprevedibile.
Come giocare alla roulette o a chemin de fer.
Rischi, probabilità, superstizioni, puntate, aspettative, paura.
Può fare poche cose per il puro piacere personale e il gioco d’azzardo è senza dubbio una di queste.
Ecco, quel rapporto interpersonale nato malvolentieri, che comprende lo stuzzicare Q, litigarci e poi in qualche modo risistemare tutto è divertente come il gioco.
E’ importante.

io ti regalerò ogni singolo
risveglio la mattina
e poi lascerò i capelli
scivolarmi fra le dita
ti regalerò ogni singola carezza
quando è sera
ho imparato già
ad amarti senza più riserva alcuna… 

Senza che nessuno se ne accorgesse, quelle piccole abitudini rassicuranti (perché lui, come tutti i duri in realtà è un gran sentimentale) sono diventate affetto sincero.
Affetto ricambiato e poi il cambio di programma che stuzzica Bond a rischiare.
Quel cambiamento gli insegna la più grande lezione della vita di uno 007: ci sono cose che si costruiscono lentamente, come i sentimenti.
Ci sono cose che si dissolvono con gli anni, come le paure.
E poi le ultime, quelle più belle e importanti si costruiscono lentamente, diventano solide ancor più lentamente e quando meno te lo aspetti, le scopri indistruttibili.
Come la pazienza di Q, che al tuo ritorno da una missione in cui sei stato torturato in maniera brutale e raffinata ti chiude la porta di casa alle spalle, ti lascia fare una doccia senza dirti nulla e ti attende silenzioso sul divano con una tazza di tè e il fido laptop, che scosta nel momento in cui ti allunghi poco gentilmente sull’incolpevole pezzo d’arredo e poggi la testa sulle sue cosce.
Ti guarda con un’aria così falsamente critica da strapparti un ghigno.
Nonostante tutto.
“Dai, dillo”.
“Cosa? Che rischiavi con i tuoi capelli ancora umidi di rovinare il mio prezioso strumento di lavoro e ho salvato il mio piccolo tesoro appena in tempo?”
James ride nonostante qualche punto tiri ancora e le contusioni non ancora guarite gridino vendetta.
“Di sicuro avrai fatto almeno dieci backup di tutto quello che c’è nel disco fisso di quell’affare” replica l’agente.
Il moro alza gli occhi con uno sbuffo:” Sono una persona precisa, è così drammatico, plesiosauro?”
007 si sistema meglio senza dire nulla.
“E’ stato tremendo, là”.
Non importa specificare dove, quel là è di sicuro l’inferno per l’hacker, che passa una mano fra i capelli chiari del coinquilino: ha recepito chiaramente il tremito che ha attraversato il corpo di 007 a quella rievocazione.
Vuole tranquillizzarlo e il corpo dell’altro risponde a quel semplice gesto rilassandosi.
Il sottile e perfetto meccanismo del battipanni* torna a tormentarlo quando abbassa le palpebre, la notte forse è ancora troppo scura per affrontarla da soli.
James si gira e cerca istintivamente il braccio di Q che lo stringe meglio a sé, senza proferire parola e gli offre una carezza di conforto.
Forse è quello il tipo di amore che più gli manca e meno può condividere.
Respirando il profumo del suo coinquilino (suo, che lo si ricordi bene) e sotto il suo sguardo, cullato dal suo tocco regolare e delicato si addormenta.
L’informatico si stiracchia stando attento a non svegliarlo e con un piccolo scatto si allunga ad afferrare il pc messo da parte poc’anzi per posarlo su Bond e riprende a lavorare come se nulla fosse.
Getta solo ogni tanto uno sguardo all’uomo sopra di lui.
Quando cominciano a bruciargli gli occhi spegne il computer e lo lascia sul tavolo di fronte al divano e si assopisce.
La mattina dopo trova Bond in pigiama intento a sfogliare il Times e a mangiare le sue uova con davanti a sé una tazza di caffè.
“Buongiorno plesiosauro”, dice stropicciandosi le palpebre e sbadigliando mentre si alza per prepararsi un…
No, dai.
“Grazie!” trilla un po’ più sveglio notando sotto il naso quella che pare proprio essere una tazza di tè fumante.
“Non abituartici” risponde laconico e riassuntivo lo 007 senza nemmeno guardarlo.
Q sa che sta sorridendo da dietro le pagine del giornale.
“Devo inventarmi qualcosa per ricambiare? Perché oggi mi tocca restare al MI6 fino a tardi…”
Gli occhi blu dell’agente lo fulminano.
“Mi hanno riassegnato un alloggio, chiaramente la condivisione di questo appartamento è andata avanti sin troppo sia per la mia che per la tua sicurezza”.
Il ventenne annuisce mentre mangiucchia una brioche tentando di rielaborare tutte le informazioni che l’altro gli sta snocciolando con aria apparentemente indifferente.
“Okay, dunque?”
“Ho rifiutato”.
Ecco, questa è una sorpresa che fa sputare il tè dell’informatico sulla camicia pulita di James.
“Pensavo detestassi questo posto”.
“Se bisogna tener fede alla mia cartella psichiatrica soffro di un rifiuto patologico dell’autorità ”.
Oltre a quello per chi ti sputa il tè bollente sulla camicia, ma questo non è importante ora.
“Quindi l’hai fatto per coerenza?”
L’uomo nega.
“E…?”
“Perché se fossi rientrato in una casa vuota, ieri sera, mi sarei ucciso” dice senza mezzi termini 007.
Il ragazzo lo trova piuttosto semplice da immaginare viste le condizioni del collega, anche se il suo sguardo si mantiene duro e la voce ferma.
“Avevo bisogno che qualcuno facesse quello che hai fatto tu”.
Chissà quale immenso sforzo gli è costata l’ammissione di essere stato debole e vulnerabile, di aver dei sentimenti e un io spezzato sotto la scorza dura.
L’hacker sgrana gli occhi e sorride mentre lo osserva andarsene senza dire una parola, senza attendere una risposta.
Tipico di lui.
Lo raggiunge.
“Mi dispiace per la tua camicia”
“Quella si cambia”
“Sono tutte in lavatrice”
“Dannato ragazzino, non potevi lasciarne fuori almeno una? Lo sai che le tue non mi vanno bene e le t-shirt mi repellono”.
“Plesiosauro, quante tragedie!”
Bond alza gli occhi al cielo domandandosi cosa ha fatto di male per meritarsi un simile compagno di disavventure.
“Oh, è per il nomignolo?”
“No, per la tua innata simpatia”
“Grazie, so di essere estremamente affascinante”
“Sparati”
“No”
“Perché?”
“Mi sporcherei la camicia, plesiosauro”
Ecco, l’equilibrio è tornato, l’aria si è fatta respirabile e nessuno si è fatto male anche quella volta.
Q ha saputo capire il momento di fragilità di James e 007 ha capito che ogni tanto avere un coinquilino non è poi questa gran disgrazia.
Lo diventa solo quando insiste con quell’animale giurassico e coi nomignoli stupidi e la pignoleria .
Gli scompiglia affettuosamente i capelli, ama fare quel gesto quasi quanto Q ama poi staccargli quella dannata mano troppo curiosa, rifilargli l’ennesima dotazione e raccomandargli di riportarla integra.
“Quante ne ho già distrutte?”
“Otto”
“Ah, così poche?”
“Sì, e se questa non torna in condizioni quantomeno decenti provvederò a defenestrarti dal piano più alto dell’MI6…” lo avverte l’informatico restando ormai a un millimetro dal suo naso.
“Ma se non riesci ad ammazzare nemmeno le zanzare…”  commenta Bond ghignando.
Toh, pare che abbia vinto un’altra volta lo 007 più famoso del Servizio Segreto.
“Non è vero! Quello non è un lavoro in cui le mie doti sono necessarie, per questo non mi riesce”.
L’ultima affermazione scatena l’ilarità di Bond.
Il cuore di Carlton perde un battito.
Quel suono è tanto raro quanto bello da udire.
“E’ la scusa più patetica e la cosa più contorta che abbia mai sentito”.
“Uffa. Possiamo andare a lavorare, Mister Bond?” lo richiama all’ordine un Carlton che come già detto non stava cercando di non soffocare nella sua saliva, proprio no.
“Andiamo”.
E così ricomincia un’altra serie di lunghe e sonnacchiose giornate passate a punzecchiarsi, sino a quando 007 dovrà partire per un’altra missione e tornerà distrutto e pericolosamente fragile e vicino all’orlo del baratro.
Perché succederà e il giovane informatico lo sa bene.
Di certo quando gli avevano prospettato quella convivenza si è immaginato che si sarebbero in qualche modo adattati a una condivisione forzata di tempi e spazi, ma non pensava che sarebbe finito a litigare per le zanzare sulla macchina di un agente brontolone che lo schernisce sfrecciando per le strade di Londra.
Sospira pulendosi gli occhiali.
Probabilmente in tutto quel casino qualcosa di positivo c’è.
Potrebbe pensare che ha aiutato un uomo a riprendersi.
Che ha ricevuto in cambio un sorriso.
Che si è dimostrato più adulto di quanto ricordasse di essere.
Si ritrova a guardare nello specchietto il sorriso di James, che fa saettare lo sguardo cilestrino dai retrovisori al lunotto.
Quei maledetti occhi sono in grado di fondergli il cervello.
E pare proprio che sia così, perché l’unica cosa che riesce a pensare è assolutamente idiota.
Ha evitato la metropolitana.

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