Fanfiction

De Josephina

Aveva visto diverse volte quella creatura dotata di quelle che ha scoperto essere gambe avventurarsi per i fondali dell’oceano con quella capsula d’ un materiale che le ha spiegato essere vetro.
Ci ha parlato, un giorno e ha scoperto che l’essere senza coda ha un nome:Josephine.
Josephine è negli abissi per una spedizione scientifica, per studiare le forme di vita degli abissi, le tribù che popolano il mare.
Josy, come ha imparato a chiamarla, riesce a farsi capire coi gesti nonostante parlino lingue diverse: è una donna intelligente e abile, professionale e forse un po’ timida per via del suo handicap, ma sott’acqua nessuno ha le gambe per cui non ha nemmeno troppa importanza.
O forse è da talmente tanto tempo in ginocchio in quella capsula che ha dimenticato di averle, ma sotto la superficie sono comunque uno strumento inutile.
Josy forse si sta raccontando una storia per dimenticare da quanto tempo non vede la luce del sole e non sente voci umane.
Però le han detto di scendere lì sotto per la gloria del suo paese, della sua nazione, per le speranze di trovare nelle popolazioni sottomarine qualche metodo per prolungare la vita umana ancora troppo fragile ed effimera.

Non c’è amore, non c’è gloria, non c’è speranza.
Non esiste il lieto fine
.
Eppure sapeva che ci sarebbe stato qualcosa di storto, in tutto quel che Josephine intraprende c’è qualcosa che va distrutto, invariabilmente!
enza contare che lei è sempre stata quella stupida, quella ingenua che si presta a ogni missione pur di non scontentare i superiori, anche se sa che gli altri trattano con disprezzo quello che lei fa, l’impegno che ci mette e il sincero entusiasmo che trasuda dalle sue parole e i suoi gesti.
E’ una missione inutile, che porterà solo rogne in un posto in cui non ci sarà nulla di logico e produttivo da fare se non rompersi le palle scrutando nelle tenebre e fra le alghe ammuffite.
Invece lei è riuscita a trovare una popolazione autoctona di tritoni, è entrata in contatto coi membri della comunità e sembra persino meglio inserità lì che nel mondo in superficie: un pesce non ti chiede quanto sei preparata, di superare test attitudinali, non parla male di te alla prima occasione, ti rispetta girando per il mondo assolvendo il compito che la biologia gli ha assegnato: farsi mangiare da un pesce più grande e nell’attesa provare a sopravvivere.
Si ricorda bene quanto è stata felice il giorno della sua laurea, poi quando è entrata nel team di ricerca di biologia sperimentale e genetica avanzata.
S’è sentita importante.
Poi l’hanno fatta immergere e ha scoperto che un tritone è persino in grado di provare qualcosa di molto simile all’amore.
L’ha capito quando lui s’è avvicinato sfiorando il vetro che la separa dalle onde e l’ha accarezzato con un sorriso che faceva mostra di quei dentini appuntiti che rendono tanto intrigante il suo sorriso.
Ha sfiorato l’apparecchio con le labbra, posandole all’altezza delle sue.
Josy ha sorriso e da quel momento hanno iniziato a comunicare apertamente attraverso il vetro.
Le storie fluiscono ormai da mesi attraverso i gesti e la ricerca ha praticamente perso d’importanza, tanto nessuno dal Governo chiede ormai sue notizie da troppo tempo: non c’è stata gloria, ma quantomeno ha trovato, per una volta nella sua vita, qualcosa di simile a un finale felice per la sua storia.
Povera, piccola, ingenua ragazzina: non esiste un finale felice per lo scienziato che si innamora del suo esperimento o della sua cavia.

Questo è il modo in cui amiamo
Come se fosse per sempre.
Per vivere il resto delle nostre vite ma non insieme
Pensava sarebbe durata per sempre, che ce l’avrebbe potuta fare a resistere da sola in immersione per più d’un anno, ma quando s’è scoperta a parlare da sola come se ci fosse qualcuno nella navicella ha iniziato a capire: stava distruggendo tutto come l’ultima volta, hanno voluto sbarazzarsi di una scienziata incompetente e ci stavano riuscendo divinamente: il lavoro sporco lo sta facendo tutto la sua testa.
Se n’è accorta quando i suoi fascicoli e i suoi rapporti hanno iniziato a sparire, poi è stata degradata e in ultimo le è stato affidato quell’incarico che ora capisce essere di nessuna utilità.
Che essere umano sei quando il gesto più tenero che hai mai ricevuto viene da un uomo-pesce? Che cosa patetica.
Ride istericamente nel silenzio della navicella, ormai non dorme con regolarità e serenità da almeno dieci giorni, probabilmente sta impazzendo ed è terrificante la consapevolezza che ha dell’avanzare del processo: è una goccia d’inchiostro che si diffonde nell’acqua.
Ha mandato in riparazione la sua Underwater 3.5, la capsula per le esplorazioni ed è tornata il giorno prima.
Giorno? Già, che giorno? Lunedì, martedì? O forse domenica? Sfoglia freneticamente il diario che ha iniziato a tenere una mattina in cui ha aperto gli occhi e quello sembrava un passatempo di poca importanza.
Indossa la muta con le gambe paradossalmente sempre più doloranti e sempre più insensibili, poi entra nella Underwater e parte.
Quando finirà quell’incubo?
E’ una storia che ha fatto un’immane fatica a raccontare nel diario, una favola di disonore, incubi e paranoia.Sospira  e s’inoltra nelle tenebre sino a quando vede un paio di luminosi occhi verdi farsi incontro a lei.
Si domanda come possa bastare uno sguardo, un guizzo di una pinna che ha imparato a riconoscere fra mille per stare improvvisamente bene.
Uno scricchiolio interrompe il corso dei pensieri di Josy.
Il vetro della capsula si è incrinato.
L’ossigeno si sta esaurendo con rapidità, un tritone la fissa accarezzando la ragnatela fragile che si sta frantumando sotto la pressione del mare.
Sta ancora sorridendo? Non importa più.
Forse è così che sarebbe comunque finita: morta per un guasto meccanico in un luogo dimenticato da Dio, senza poter riabbracciare la sua mamma, il suo papà, Samuel! Oh come piangerà Samuel, il suo piccolo fratello di dodici anni!
L’uomo-pesce le mima qualcosa, poi rompe la capsula. Probabilmente è proprio quello il morire, è perdere dolcemente coscienza del mondo intorno. Non avrebbero mai potuto vivere la loro vita insieme, ma si sono raccontati un sacco di bellissime bugie.
E’ stato breve e bello, ormai le sembra un allucinazione la mano dipinta d’azzurro di Ruk che la tira fuori dalla macchina ormai colma d’acqua. Il dolore che sente diffondersi dalla gola ha qualcosa di piacevole, un retrogusto amarognolo mentre le lacrime che avrebbero dovuto pizzicarle il viso si dissolvono nell’oceano.
Mentre chiude gli occhi vede avvicinarsi Ruk alla sua tuta ed estrarne un coltello, poi diventa tutto sfocato e ricorda solo il tenue abbraccio rassicurante del tritone e il sangue che sfuma il mondo attorno.
Di sicuro non avrebbero mai potuto vivere il resto della vita insieme, ma la morte non li avrebbe separati.

This is the way you left me,
I’m not pretending.
No hope, no love, no glory,
No Happy Ending. 
N.d.A. e varie: dunque! Mi chiedono di spiegare perché ho scelto proprio queste parti di canzone per la mia fanfiction, ma temo sia una cosa un po’ difficile: per una songfiction si sceglie semplicemente ciò che è più adatto a descrivere una determinata situazione e ciò che si accorda con l’ispirazione dell’autore . E’ una scrittura che per me è molto istintiva, dunque queste parti di testo son quelle che mi han commosso di più e meglio si accordavano con ciò che  la melodia e l’immagine proposta mi suggerivano di scrivere.
La canzone è di Mika: Happy Ending.
Ecco, preciso che non scrivo mai nulla di tragico e questa brutta copia fantascientifica di Romeo e Giulietta è piuttosto triste, ma spero che dopo le revisioni apportate la storia risulti quantomeno sensata e decente. L’immagine contenuta nel pacchetto era questa:
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