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Zombie di qui, zombie di là, parte due.

Come promesso, un secondo, marginale articolo sulle creature fantastiche.
Il principio erano i licantropi pelosi, i vampiri vestiti con abiti dalle maniche in pizzo e gli zombie che perdono pezzi per la decomposizione.
Poi sono arrivati film moderni e molto alla moda a rovinare la piazza ai mostri vecchio stampo, dice qualcuno.
La prima pellicola fra tutte a essere incolpata dello scempio fatto su vampiri e licantropi è : Twilight, tratta dall’omonimo romanzo di una simpatica mormona in crisi ormonale e nostalgica della brillantina.
Riassumiamo per i non addetti ai lavori: lei è  brutta, sfigata e impedita anche a respirare ma si innamora di un vampiro, poi di un licantropo, poi di un vampiro e il licantropo si innamora dello sgorbio nato dall’infelice unione.
Io personalmente ho disprezzato con tutta la mia persona il summenzionato trio di testi, per un motivo facile: i vampiri non brillano, che cazzo (senza contare che i film sono realizzati in maniera ancora peggiore, ma vabeh).
Cosa fa uno zannuto? Succhia sangue per abitudine, si nasconde dal sole, si nasconde dall’argento, dai paletti e dall’aglio a fasi alterne, le variabili sono molte e tutte concesse.
Giuro, tutte! Ma non puoi andare a storpiarmi in questo modo la natura intrinseca di una creatura per far salire l’ormone a qualche quattordicenne sensibile.
Perché l’inserimento di una variante di tale peso, perlopiù ingiustificata mi fa salire il crimine sia come fan di vampiri da prima che la Meyer concepisse la porcheria sia come lettrice.
Il licantropo, direte voi.
Il licantropo ha la faccia sveglia ed espressiva di un lama con più muscoli che neuroni (cosa facilissima da realizzare ma devo smetterla di dire cattiverie, altrimenti non ne usciamo).
Eppure non è questo che mi rende difficile convivere con la creatura, tesori miei (Swinub stai giù!)  ! No, giuro! Abbiamo un lupo creato appositamente per soddisfare i sogni erotici dell’autrice e che funge da termosifone, più che da terribile uomo che con la Luna piena impazzisce, ma non ci fa nemmeno il favore di perdere il boccino.
Si trasforma a piacimento.
So, Jacob Black è un Animagus, non prendiamoci in giro! I lupi mannari hanno pelo, istinti distruttivi, rimorsi di coscienza, disprezzo per la propria condizione, dubbi sulla propria esistenza, convivenza difficile con i dentoni che spuntano come le mestruazioni a una donna… Ci siam capiti.
Poi è arrivato, fra i fari revival, quello degli zombie (che è un po’ un controsenso, ma soprassediamo per bontà e brevità).
Warm Bodies è un testo che ho già recensito qui e sulla pagina facebook di Fosco (su cui a breve posterò la recensione di Divergent!Film, so stay tuned), disponibile sia come libro che come pellicola.
Il film in alcuni punti è superficiale e forse anche puerile, ma non è per nulla semplice tradurre in immagini il modo di scrivere dell’autore e trovo che il compendio di scene proposte sia anche abbastanza buono, di impatto.
I non morti ce li immaginiamo putridi, con i vermi bianchi che escono dalle cavità oculari vuote, che si muovono lentamente e facendo versi che assomigliano al respiro della sottoscritta con la bronchite.
E qui pare non ci siano, ma l’idea di base è semplicemente diversa: non si vuole mettere in mostra la morte del corpo, la putricidità della carne e del sangue, la violenza gratuita: il film e il libro hanno lo scopo di mostrare che gli zombie, i morti veri, son gli esseri che dentro di sè han  perso ogni scintilla di vita e di amore per il mondo e sè stessi.
Gli zombie, nei due testi, sono violenti: mangiano cervelli, spaccano teste e uccidono ragazzini per amor e gioia dei puristi fan di Romero.
Qui non vediamo una variazione sostanziale e radicale delle creature, o almeno: c’è, ma i mostri non perdono la loro essenza al momento del loro ingresso in scena! Sono brutali assassini affamati, sarà l’evoluzione della storia a farli cambiare (e comunque NON tutti).
Ci sono delle distinzioni, piccole sottigliezze che consentono di accettare o quantomeno capire le variazioni e le modifiche apportate allo zombie, soprattutto nel libro, decisamente più ampio e (ovvio) approfondito del film.
In questo caso emerge una situazione del tutto diversa, ovvero un progresso dei personaggi studiato, voluto e cercato con consapevolezza da parte dell’autore, che saggiamente usa il punto di vista di R (non morto protagonista) per narrare la vicenda.
Non si nota un intento di solleticare ormoni (R è stato MORTO per la maggior parte della storia) e se alla fine i due si innamorano, scoprono un legame forte e quanto sono disposti a mettere a rischio per tutelarlo, ovvero la vita.
In Twilight non c’è nessuna variazione, nessuna evoluzione dei personaggi (se escludiamo il calo di cadute col culo per terra di Bella) e niente di niente se non tanto glitter da far invidia a un bordello.
Insomma, il concetto è: i cambiamenti si possono fare, talvolta vanno fatti, ma bisogna sempre usare un certo criterio nell’agire, specie se sei uno scrittore che potrebbe costringere migliaia di ragazzini a pensare che i vampiri glitterano al sole e sono straricchi.
Come disse qualcuno: dov’è che si firma?
E’ come voler creare un nuovo mostro di Lochness ma che so… facciamo pure che ami indossare pantaloni a zampa d’elefante.
Questo non ha senso, ma va benissimo per un racconto comico, un romanzo grottesco o parodistico.
Un fantasy? Un horror?
Il mostro si alza un giorno e stermina una valle usando gli abitanti come sushi, oppure si scopre che in realtà è un bellissimo principe maledetto da una strega cattiva.
Questo ha senso, aderisce al genere proposto pur aggiungendovi una variante originale (spero).
Credo di aver detto tutto ciò che avevo in mente, perciò mi auguro di rivedervi presto nonostante gli esami e altri impegni tipo visite allergiche (che spero di poter iniziare presto!).
Al prossimo post, pulcini di zucchero <3.

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