Fanfiction

And only Brienne’s burned

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Nell’ala del castello in cui si sono incontrate dopo la morte di Joffrey si respira un’aria decisamente elettrica, la tensione si taglia con il coltello.
E’ appena uscita dalla cripta dove il corpo del suo bambino è conservato e senza nemmeno accorgersene urta quella gigantessa dal passo marziale.
Chissà che sta cercando in un posto in cui è palesemente fuori luogo: è goffa, troppo robusta, troppo alta, troppo poco ben vestita per essere una signora per bene, una lady d’alta classe.
Eppure un castello, alla fine di quella storia, lo avrà: A Tarth, un maledetto buco di sassi e erba che pare sempre ignobilmente perfetto e pacifico in confronto ad Approdo del Re.
Si impone di respirare profondamente e di attendere con calma, dignità e classe scuse e condoglianze del donnone che la fronteggia.
“Mi scuso e porgo di nuovo le mie condoglianze a sua maestà” dice facendo per allontanarsi.
“Dobbiamo ancora discutere di una cosa”.
Brienne in quel momento prega mentalmente i sette dei di potersi eclissare dalla faccia del pianeta perché davvero, ha fatto tutto il possibile per essere tollerante e paziente e buona, per cui spera di non aver offeso nessuno, men che meno la regina.
Le han detto che è una donna pericolosa, con cui andarci cauti e se ti convoca non è quasi mai per un buon motivo se non hai un batacchio fra le gambe, per cui lei è di sicuro nei guai.
Entrano in una stanza adornata sobriamente coi colori dei Lannister, ci sono dei vasi di fiori, una finestra dai vetri colorati, un letto e una scrivania spoglia.
“Maestà, se vi ho offesa in qualche modo…”
“Voi non sareste capace di offendere nemmeno un pettirosso se non con il vostro aspetto” la rimbrotta Cersei “E hai osato mentirmi” conclude la regina guardando dritto negli occhi scuri della donzella.
“Io non vi direi mai bugie”.
“Sei innamorata di mio fratello, lo vedrebbe anche un cieco”.
Il tono della signora di Lannister è volutamente cattivo e pungente, la smorfia che le piega le labbra è pura crudeltà, scherno e disprezzo senza nessun filtro.
La studia ancora: una ragazzotta più adatta a mungere le vacche e lavorar la terra piuttosto che a sposarsi con un lord di Lannister, anche con uno dei rami cadetti della famiglia.
Non è adatta a nessuno al mondo, certi sgorbi non dovrebbero esistere, almeno ai suoi occhi di donna educata alla pretesa della perfezione e alla ricerca del bello in ogni cosa poiché lo è lei stessa.
Nonostante tutto avverte distintamente che le manca un pezzo del puzzle: non ha avuto l’uomo che desiderava, non ha avuto un marito decente, non ha avuto un fratello decente, nemmeno un’amica che fosse vissuta abbastanza a lungo da tenerle compagnia in quell’infelice età della sua vita iniziata in un periodo di cui non ha più memoria.
Prova rabbia solo a trovarsi davanti la guerriera bionda.
Anche perché è una donna di valore, con un’etica indiscutibile e una forza d’animo innegabile, è sopravvissuta alla Fortezza Rossa.
“Ripeto di non voler fare nulla che possa procurarvi fastidio, mia signora” balbetta la giovane.
Ha più o meno la stessa età della Lannister, ma la differenza di rughe sul volto, di segni sulle mani, di sofferenze e battaglie è evidente.
Le separa come un solco di un aratro divide due zolle di terra.
Lady Brienne sente l’astio degli occhi chiari che la studiano bruciarle la pelle, vuole scappare ma è la sua battaglia ed è lì che deve restare, lei non ha mai perso.
Si sente afferrare per il bavero della casacca e sbattere contro il muro.
Non è la prima volta che si svolge quella scena, sa bene che opporsi sarebbe folle.
Eppure, la prima sera dopo la veglia di Joffrey –del Re- si è consumata la stessa commediola.
Ha guardato la bella donna che ha di fronte e che la minaccia per la terza volta e che per la terza volta si sarebbe avventata, irruentemente sulle sue labbra.
E le avrebbe morse, la Vergine le avrebbe staccato la lingua con i denti ma poi si sarebbe limitata a dire di non gradire quelle attenzioni, gli sfoghi che le riserva sua maestà, con un tocco d’avvertimento coi denti, prendendosi uno schiaffo.
Il gioco è chi cede per primo a chi, sembra! E lei non ambisce certo al Trono, per cui non ha mai capito troppo bene il senso dei loro incontri.
Si è solo trovata a non volerne fare a meno, come tanti uomini prima di lei.
“Tu non mi porterai via Jaime” sussurra Cersei, lasciva, sulla pelle della Bella di Tarth che deglutisce profondamente nascondendo la tinta purpurea delle guance.
“Non è mia intenzione” mormora la bionda schiudendo finalmente le labbra e concedendo alla lingua dell’altra un accesso più ampio.
Alla fine una delle due molla sempre se l’altra chiude la porta dello studiolo nell’anonimo corridoio.
E’ un gioco benefico, per loro: ritrovano il contatto fisico con una persona amica, sciolgono la tensione, sommergono ricordi con altri ricordi.
Che poi è ciò che tutti fanno con il sesso.
I vestiti cadono nel silenzio, i profumi delle loro pelli si mescolano mentre si toccano, assaggiano, baciano.
C’è poco di romantico quando Brienne viene fatta sdraiare sulla scrivania robusta e penetrata dalla lingua della regina, che proprio non riesce a non considerarla disgustosa, è lei a farla diventare perfetta.
Brienne, dal canto suo, vede bene quanto soffrono gli esseri umani rinchiusi ad Approdo del Re, ha imparato a leggerlo in ogni ansito, gesto, sfiorarsi di labbra e corpi.
Nella sua purezza vorrebbe, almeno un po’, lenire la sofferenza.
E’ il dovere di ogni cavaliere.
E’ ciò che ci si aspetta da lei, l’ubbidienza.
Mentre l’orgasmo la lascia e si rivestono entrambe, frettolose, la regina osserva la compagna con sguardo, ora, neutro, mentre si allontana.
Entrambe, girato l’angolo, sanno che non avranno altri momenti da condividere.
Perché una sottrarrà all’altra qualcosa che ha amato.
Una ha già sottratto all’altra qualcosa che avrebbe voluto donare a qualcun altro.
Brienne era pura e Cersei l’ha macchiata irrimediabilmente.
Cersei era distrutta, e forse adesso si sente un po’ meno al freddo, che ormai la circonda a palazzo.
Quando sente i passi della Vergine spegnersi nel corridoio sferra un pugno al muro in pietra, scorticandosi le nocche.
Ammettere a sé stessi di dipendere da qualcuno è difficile se si è rimasti delusi già una volta.
La Bella sarebbe scoppiata in lacrime nella sua stanza, al silenzio e al riparo di orecchie indiscrete, soffocando nel cuscino il dolore della condivisione di un’idea ossessiva e malata che le lega e le legherà sempre.
“Non pensare a Jaime”.
E un urlo di dolore si sarebbe, anche quella notte, diffuso nel freddo palazzo.

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