Fanfiction

Il tralcio d’edera e il mirto

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Più la guardava più si convinceva di una cosa: Cressida, oltre a essere una bella donna, aveva una classe innata.
Se ne era accorto quando si era sorpreso a guardarla infilata nella stretta divisa militare del Tredici mentre lei sfilava nel corridoio con la massima naturalezza come se fosse una modella: testa alta, la smorfia tipica sua ad arricciarle le labbra, gli occhi chiari e brillanti.
Aveva capito di essere incuriosito da lei nel momento in cui si era ritrovato a chiedersi per la prima volta la ragione per cui un essere umano sano di mente si dovesse far tatuare in testa delle foglie.
Di certo lui di moda ci capisce poco o niente, è nato minatore e ora è destinato a morire operaio, non si impegna nemmeno a far finta che gli importi troppo.
Eppure quei viticci d’edera, lentamente, lo chiamavano come il canto di una sirena.
Un giorno, mentre lei era seduta in un angolo a pulire la sua arma gli aveva semplicemente posato un dito sulla testa causandone una reazione per lui assolutamente sconcertante.
“Ce ne hai messo di tempo, Hawthorne” commenta lei ghignando.
Un maledetto serpente, ecco cos’è lei! Uno di quelli che si nascondono sotto le radici degli alberi dove crescono i lamponi che raccoglieva per la sua famiglia.
Aveva scostato bruscamente la mano, come se avesse subito una scottatura.
Non si era mai sentito così imbecille nemmeno al suo primo approccio con Katniss.
A ripensarci, il cuore gli faceva ancora un po’ male, ma ormai importava poco o nulla.
Gli aveva ripreso la mano e gli aveva fatto seguire il complicato intrico di rami sul capo rasato, paziente come una maestra con un bambino un po’ tonto.
“E’ segno di caparbietà, determinazione” si era sentito dire, ma lo aveva recepito solo vagamente, impegnato com’era a carpire la sensazione della pelle colorata e con qualche cicatrice sotto le sue dita.
“Ti rappresenta bene, allora” era riuscito a brontolare, completamente e inspiegabilmente, anche a distanza di due settimane, rapito da quella percezione e da quel ricordo.
Senza capirci troppo si era ritrovato con un braccio piegato dietro la schiena.
“Ma prima di toccare, almeno, chiedi il permesso” gli aveva sibilato all’orecchio prima di andarsene dall’armeria.

*

Aveva sgombrato un intero ospedale con una squadra formata da pochissimi elementi, così aveva imparato che Cressida era anche una persona estremamente efficiente e organizzata.
Si era ripresentata al quartier generale con solo un paio di tagli sanguinanti sul capo e uno sul viso, poco sotto il labbro.
Non dava mai segni di cedimento, come nessuno di loro poteva fare, non si mostrava mai debole.
La incontrava di rado, impegnata com’era a filmare gli spot di propaganda anti-Capitol insieme a Katniss e alla sua troupe.
Però ogni tanto la scorgeva, durante le pause fra una missione e l’altra, fra un progetto e l’altro, truccata in modo improbabile, gli sembra un puma, che impartisce ordini con voce morbida e monocorde, impegnata a studiare luci, posizione dei soggetti, bozze,make up e costumi.
Lui non avrebbe saputo fare la metà delle cose, era un rozzo soldato che capiva il semplice e letale meccanismo delle armi: fuoco uguale morte.
Uno di questi giorni di pausa, involontariamente le sorrise.
Lei fece solo un cenno del capo, ma aveva impiegato quindici minuti in più del solito a fissare gli orari per le riprese del giorno dopo.
Lui, per la prima volta aveva sbagliato mira.
*

Un lunedì mattina come tanti gli spot si interruppero e partirono per la Capitale per la famosa missione finale.
La sera precedente lui non era nemmeno riuscito a incontrare Katniss al pensiero che le bombe progettate da lui e Betee erano esplose dilaniando le carni di Primrose e tante altre persone che avevano messo a disposizione la loro vita per salvarne altre.
L’aveva trovato lei, nascosto in uno degli angoli bui del distretto a sperare e pregare di non incontrare nessuno.
“Ti prego, ho seguito l’odore della tua depressione fino a qui” aveva iniziato lei la conversazione.
Lo stava prendendo in giro e lui non era propriamente dell’umore adatto.
“Temo che mi detesti”.
“Puoi giurarci, bambolotto” gli aveva risposto storcendo le labbra in un modo tutto suo, gli ricordavano il becco di una papera “Ma le passerà e tornerà a ricordarsi di te come dell’eroe che ha portato via un distretto intero durante un bombardamento”.
Era inguainata in un paio di pantaloni dall’aria consunta e indossava un top chiaro che ne metteva in risalto il fisico asciutto e prestante, da soldato addestrato e donna conturbante.
“Grazie, mi serviva giusto una buona dose di allegria” aveva replicato lui acido.
“Son qui per questo, bello” aveva commentato la regista con tono annoiato sedendosi di fianco a lui con un movimento fluido.
Gale aveva alzato gli occhi al cielo.
“Veramente, Cressida: non sono un soggetto dei tuoi filmati che devi studiare prima dello show, ok? Voglio essere lasciato in pace” era scattato  lui allontanandosi.
Le scarpe da tennis della giovane scricchiolavano lungo il corridoio.
“Ma io non ti sto studiando, mi pareva anzi il contrario” gli aveva risposto posandogli una mano dalle unghie curatissime sulla spalla.
Gli si era mozzato improvvisamente il respiro.
Non era da lui perdere il controllo a quella maniera, per di più a una manciata di ore da una missione.
Si era voltato di scatto verso di lei, sperando di sorprenderla, però ci era caduto ancora una volta come un perfetto babbeo.
Non era cosa per lui, il campo minato dei sentimenti.
La bionda si era alzata sulle punte e gli aveva lambito delicatamente le labbra con le sue.
Non ci aveva visto più, se l’era premuta addosso e l’unica mano libera rimastagli gliel’aveva infilata giocosamente fra i capelli.
Era pur sempre un uomo, lei una donna e lui rideva stupidamente al pensiero che forse aveva solo bisogno di quel calcio nel sedere per stare meglio.
Cressida, dopo, gli avrebbe anche ricordato che il sesso è un ottimo modo per smaltire la tensione.
Gale le avrebbe risposto che era vero, ma non gli importava poi troppo e l’avrebbe nuovamente stretta a sé, baciandola con slancio mentre lei rideva e rispondeva al gesto.
La mattina successiva avrebbero avuto a che fare con la morte, per cui non avevano rimpianti.
E Hawthorne era tipo da rimurginare a lungo, per cui tanto valeva godersi quella conturbante compagnia.
Il resto sarebbe venuto dopo.
*
Non si erano più parlati da quel momento, in missione la priorità era la vita di Katniss da tutelare in ogni modo possibile.
Sinceramente, non si erano nemmeno guardati dopo, quando la Ghiandaia aveva baciato Peeta e lui era miracolosamente rinsavito.
Esattamente lei l’aveva guardato morire dentro, ma non era crollato quanto si aspettava: l’avrebbe vista sorridere soddisfatta, se si fosse voltato nella sua direzione.
L’Intrusione nella Capitale gli era costata Finnick,Leg 1 e 2, Messalla e metà squadra, in pratica.
Gale chiudeva gli occhi davanti al sangue dal momento in cui aveva visto quello di Primrose schizzare su uno schermo.
Finnick era un suo buon amico, alla fine, e un bravo compagno con cui aveva sviluppato un certo livello di affinità.
Cressida, passandogli accanto una volta giunti da Tigris, gli aveva sfiorato la mano.
Se si fosse girato verso di lei avrebbe visto che anche lei era arrossita, ma probabilmente lo avrebbe attribuito allo stress che abbassa il self-control.
Anche la bionda lo avrebbe fatto, ma ci sono poche cose che si possono negare con facilità e una della lista non è di certo l’amore, parola troppo grossa, forse, nel contesto in cui si trovavano.
Ci avrebbero pensato dopo.
*
Le missioni non avrebbero potuto durare per sempre, la guerra era finita un martedì e il mercoledì Cressida era in giro per le rovine a calciare detriti con gli scarponi e a riprendere le macerie del vecchio mondo sotto il suo sguardo attonito.
Avrebbe mandato in onda tutto, impietosa e precisa come ogni brava reporter e video-maker.
“La pianti di fissarmi, Hawthorne? Pensavo che il sesso ti avrebbe aiutato a scioglierti un po’”
Si riscuote e si alza dall’avanzo di marciapiede su cui era seduto.
“Vorresti seriamente mandare in onda una videoregistrazione in cui io e te conversiamo della nostra vita sessuale come se nulla fosse?” le chiede avvicinandosi.
“Certo che no, basta un pc per eliminare un rumore di sottofondo sgradito”.
Gale ride, inspiegabilmente ride forte e di cuore.
“Ah, non mi pareva che fossi un rumore di sottofondo mentre eri nel mio alloggio” commenta il moro.
Anche la reporter ride.
“Ho perso metà della mia troupe, la mia famiglia, la mia vita e tu riesci, nonostante tutto a farmi ridere, sei un bambolotto per davvero” ribatte lei spostando l’inquadratura su dei grattacieli in lontananza per fare un campo lungo.
Il giovane si gratta la testa, imbarazzato per la portata di quanto detto.
“Sul… sul serio?”
Dalla ventiduenne arriva solo un cenno del capo mentre continua il filmato.
“Cosa pensi di fare, ora, Gale?” il suo nome sulle labbra di quella donna è un suono particolare, esotico.
Si è appena innamorato come un cretino, sedotto da uno stupido tralcio d’edera e se ne rende lucidamente conto solo adesso.
“Mi troverò un lavoro, magari qui o al due”
“Il due è un bel posto” conviene Cressida spegnendo la telecamera “Pensavo di andarci a vivere anche io, tanto per inviare i filmati basta un…”
“Computer?” la interrompe il diciottenne facendole il verso.
La bionda annuisce sorridendo e sventolando la mano a indicare i grattacieli “E poi non me la sento di stare da sola, almeno per adesso: sapere che vivo in un posto dove ho qualcuno che conosco…”
Beh, come potrebbe non capire lui che è stato sempre alla ricerca di una persona con cui condividere  un luogo e che non l’abbandonasse per una nuova guerra?
La abbraccia stringendola contro il suo petto solido mentre dagli occhi della ventiduenne sfuggono, ribelli, le lacrime.
Anche Gale piangerebbe se avesse qualcuno da ricordare senza lasciarsi divorar dai rimpianti o dal senso di colpa.
Lì gli sembra solo una ragazza piccola e fragile, tremendamente precaria che lui deve sorreggere come lei aveva fatto prima della missione.
Si staccano e lei riprende il controllo rifacendosi il trucco mentre si avviano verso la ferrovia.
“Allora… vieni da me?” domanda la giovane donna sedendosi di fianco al moro.
Oh, bene.
“Però se mi fai entrare guarda che ci resto” la avvisa in tono falsamente minaccioso infilandosi le mani nelle tasche dei jeans.
“Basta che prometti di impegnarti a curare un po’ di più il look, quei pantaloni sono più vecchi di Snow…” lo rimprovera lei studiandolo con occhio critico.
“Allora perché non me li togli a casa tua?”
La reporter si volta con un’espressione falsamente sorpresa e scandalizzata:” Cos’è, l’astinenza rende linguacciuti?”
“Magari…”
Si è trovato innamorato di un tralcio d’edera sexy, resistente, invadente e iper critico sul suo look, ma non ci trova qualcosa di male.
Si è innamorato di un tralcio d’edera e non pensava che potesse essere tanto semplice riparare una ferita.
Si sono innamorati sotto le bombe, sotto le armi e sotto terra e va bene così, nessuno dei due chiede di più: le ferite bruciano di meno, gli incubi sono divisi sulle spalle di due persone e il primo stipendio di Gale è quello che usano come scusa per rifargli il guardaroba e torturarlo con giri di shopping interminabili mentre i capelli di Cressida crescono morbidi, fluenti e attorcigliati come viticci e l’edera, mentre sulla sua testa si è aggiunto un piccolo, ingenuo fiore in boccio: un mirto.
E sulla caviglia di Gale è misteriosamente comparso, dopo vari tentativi e sfiancanti agguati che alla fine lo facevano più ridere che altro, una piccola e ben nascosta orchidea –lusso, perfezione, fascino e ricercatezza: Cressida, in una parola-.
Terribilmente insistente, precisa, efficiente, spiritosa, ironica, sarcastica, vitale, forte e vendicativa, Cressida.
Sua.
E l’addio dal mondo faceva un po’ meno male, pensa, giocando con un ramo d’edera attorcigliatosi sul muro di casa loro.
C’era l’edera a proteggerlo, non sarebbe più andato storto nulla.

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