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Il buono, il brutto e il cattivo.

Ovvero discutiamo della cosa più soggettiva del mondo che tormenta anche larga parte dell’utenza di Efp: la buona scrittura, cosa è bello e cosa no.
La storia ci insegna che per fissare il bello e cosa è arte bisogna fissare un canone artistico e una tradizione.
Passando alla conseguenza di questo fatto abbiamo la concezione di studioso del bello e di personaggio da emulare designato da un passato e una tradizione.
Siamo giunti così a un punto fondamentale.
Il bello e il buono possono essere indipendenti dal passato? Risposta semplice: no, anche nel momento in cui si ribellano agli standard precedenti lo fanno conoscendo ciò che è stato.
Un uomo più ricco di cultura di  me ha detto che non esistono libri buoni o cattivi, ma solo libri scritti bene o male.
Vi dirò: sono d’accordo.
E lo dico da studentessa di Lettere e orgogliosa di una simile qualifica che non vale niente su un cv, ma moralmente fa tanto nell’approcciarsi alle cose.
Asserisco che sia possibile superare le distinzioni basate sulle analisi dotte e scientifiche per un motivo semplice: il leggere suscita emozioni anche nell’uomo più analitico e puntiglioso che riuscite a immaginare, il più edotto fra noi non resta indifferente davanti ai libri e alle storie che raccontano.
Gli studiosi si sono emozionati, leggendo i tomi polverosi che poi hanno eletto a classico delle lettere.
Anche Leopardi ha detto e ridetto dei Promessi Sposi, lo sapevate? Peste e corna, come se io stessi recensendo Cinquanta Sfumature di Sola.
Io trovo che le storie debbano prima di tutto suscitarci un’emozione forte, ovvero quella per cui sai di non poter prescindere da quella narrazione per sopravvivere.
E’ il pathos che fa la storia e che fa il successo, almeno nella maggior parte dei casi (si, escludiamo il caso di Twilight e 50Sf).
Sappiamo che dire “eh beh, o è bello o è brutto è una distinzione superficiale”.
No, mi oppongo fortemente a simili obiezioni: è una distinzione emotiva, è una distinzione sincera, forte, basata sul fatto che il film che guardi ti ha tirato il proverbiale cazzotto nello stomaco per svegliarti e comunicarti qualcosa per scuoterti.
E’ più vera delle parole di un professore che ti impone un testo “classico perché lo dico io”: è una roba sinceramente odiosa, lo sappiamo tutti.
Le fiabe, le favole, le poesie, vanno sentite: non puoi imporre nulla a nessuno se vuoi che lo capisca, lo conosca, lo apprezzi e ne carpisca l’essenza.
Avvicinare un alunno alla scrittura è un mestiere per stronzi, davvero: ti sopporti il ragazzino che frigna perché fare temi è lungo, il tipo che dice che le tracce sono incomprensibili, quello che sbadiglia addormentandosi  dopo le prime due colonne di bella copia.
Perché non puoi far scrivere alla gente quel che vuole? Il classico tema libero è la traccia che mette più in crisi gli studenti, anche i più pennivendoli: li costringe a confrontarsi con lo schermo bianco del foglio, che però non si riempie automaticamente come i fogli di Word che siamo abituati a usare.
E’ il gesto, la fatica di concepire un pensiero che rende la tua scrittura buona e rende buono l’esercizio, che deve essere spontaneo.
Solo un buon avvicinarsi alla lettura, però porta a un buon avvicinarsi alla scrittura, la rende meno pesante e accademica.
Tutte le attività di studio praticate a scuola, se esaminate in sè stesse aldilà del voto e delle verifiche, sono applicabili tranquillamente come svago.
Studiare per piacere, discutere per sentirsi la mente più aperta e il cuore più leggero… Sono queste le cose da condividere.
I classici vanno discussi in classe, capiti, criticati e anche disprezzati, ma conosciuti.
La misura di una bella scrittura è l’emozione che l’autore ci mette nel diffonderla e produrla.
La misura di una bella lettura è la lacrima che scappa al lettore piuttosto che il sorriso che induce.
Gli aspetti tecnici vanno sicuramente commentati e analizzati, ma voglio dirvi una cosa dal più profondo del cuore: studiate le lettere, scoprite le lettere e dibattete senza remore di tutto ciò che vedete per crescere: da questo dipende l’apprendere poi una tecnica di scrittura e di analisi del testo secondo i criteri canonici.
Amate quello che fate per imparare a farlo bene, prendetelo sul serio e coltivatelo con la cura che mettereste nel curare vostro figlio o nello scegliere un regalo per il vostro migliore amico.
Scrivete e leggete per voi, soprattutto.
Perchè se diventate grandi scrittori non frega niente a nessuno, ma se diventate un po’ più intelligenti stiamo meglio tutti.

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