Fanfiction

Cicatrici di fuoco

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Quel giorno li separarono e non rivide più Jeyne sino a notte inoltrata.
Non che si fossero fermati per un riposo che il loro aguzzino sembrava poco interessato a conceder al suo seguito.
Udì distintamente delle urla e rabbrividí in silenzio, sperando che il turno successivo non fosse il suo.
Protesse le orecchie con le mani mentre le cicatrici gli tiravano e alcune si riaprivano per il gelo patito, ma lui non vi diede mai peso, sapeva di non poter rimanere indietro nel corteo.
Percepì il calore svanirgli dal corpo a una velocità impressionante, durante la notte il gelo era opprimente e letale ancor di più che di giorno.
Chiuse gli occhi al sibilo di una frusta e udì delle lacrime a cui era abituato, le aveva sentite per tanto tempo.
Cosa pensavano di ottenere da una ragazzina più terrorizzata di lui? Piangeva sempre, piangeva soltanto.
Sanguinava anche dall’addome, il suo corpo era provato dalla fame pur essendo già sottile.
“Ti prego, ti prego! Lo so che non mi vuoi, che non mi desideri, ma salvami” la voce si spense in un sussurro.
Non sarebbe sopravvissuta a lungo.
Magari un tranello ben costruito, se non per la sua fedeltà magari da Stannis stesso.
E Asha, un nome familiare gli suonava nella testa, dove era? Più avanti nel corteo?
-Non farai nulla che io non ti consenta- il monito rimbombó nella sua mente, fluendo dalla coscienza come se vi appartenesse davvero.
Nella testa di Theon scattò un film: una figura femminile aggrappata alla sua gamba in mezzo alla neve, lui che se la scrollava di dosso e il piccolo corpo che piano piano veniva trapunto, intessuto e coperto da candidi fiocchi.
Un’agonia veloce, viste le sue condizioni fisiche, quella che lui aveva tante volte pregato di ricevere .
Quella … Arya, si stava letteralmente contorcendo al suolo per i dolori patiti: erano spasmi di sofferenza , probabilmente aveva anche alcune ustioni da qualche parte.
Non l’amava, di questo era profondamente convinto! Non l’avrebbe nemmeno amata Theon, forse.
Ma era riemerso dalle nebbie dall’incoscienza e tremando allungò un dito.
Pregando non arrivassero punizioni accettò di macchiarsi gli stracci che indossava col sangue di Arya.
Chiuse gli occhi quando sfiorò la mano da ragno della ragazzina.
Era esangue.
Temeva di sentire lo schiocco della frusta, la lama del coltello, il bruciore del fuoco.
Strinse forte il dito che aveva deciso di afferrare chiudendo gli occhi sino a sentir male alla fronte per la forza con cui li stritolava.
Respirò un paio di volte per calmarsi e costringersi a proseguire.
L’aveva tirata su, non le doveva più nulla.
Non era ciò che desiderava? Perché era rimasta lì a fissarlo con quegli occhi color corteccia?
“Mi hanno torturato, maledizione! Hanno usato quella schifosa frusta e … E il coltello!” .
Piangeva ancora, non stava bene che una sposa piangesse troppo pensò scioccamente.
La coscienza gli ritorse contro, alla parola coltello, i dolori patiti sotto Bolton ritornarono a incendiarlo e le lacrime gli sfuggirono dalle palpebre.
“Smettila, puniranno entrambi se continui a urlare!” gridò nella tormenta.
La guardò: il freddo aveva mutato i suoi tagli in strie rosate che la facevano urlare ancora più forte .
Ignorò le sue stesse lacrime e pregò che nessuno dei fedeli a Stannis lo vedesse: le pulì velocemente il volto con un panno ricavato dal suo mantellaccio e gettò lo straccio nella neve.
O almeno fu quello che, con mani malferme, tentò di fare.
Jeyne stava facendo la stessa cosa alla sua faccia: le lacrime congelate fanno male e causano lesioni alla pelle .
Doveva essere una brava moglie, si era probabilmente detta, ed era un inizio.
Sentì caldo a quel contatto.
Erano gesti premurosi e rapidi, che lui non sapeva fare, che Bolton gli aveva tolto la capacità di fare.
L’emicrania lo colpì violenta, come in ogni crisi.
Era la sua psiche a renderlo debole: se non era nemmeno adatto come Reek cosa poteva essere di diverso?
Avrebbe voluto morire, ma non poteva accontentarsi nemmeno del sonno eterno per la pace.
La Poole lo vide, lo lesse dai suoi occhi vacui .
Senza dire una parola lo spinse avanti.
Sfuggì al contatto con la velocità di una mangusta che azzanna un serpente.
Reek si era dilettato diverse volte nel contare le cicatrici che attraversavano il corpo della Poole, i morsi e i lividi e i graffi di unghie.
Un ordine sbraitato da qualcuno più armato di loro li costrinse a proseguire sino al mezzogiorno del mattino seguente.
Se a quei cinque giorni di digiuno non fosse seguito, per quanto frugale potesse essere, un pasto, la Poole sarebbe morta di sicuro.
Di certo lui però non era in condizioni fisiche migliori e le cure mediche scarseggiavano, per usare un eufemismo.
La ragazzina si allontanò con passo malfermo e colse un frutto da un cespuglio sotto il suo sguardo ora attento.
Perché lei poteva fare tutto ciò che desiderava e lui no? Perché doveva solo aspettare Bolton? Il terrore gli attanagliava le viscere.
Se si fosse permesso una cosa del genere e -lui- lo avesse saputo, sarebbe morto lentamente e dolorosamente.
Non si toccarono e videro fino alla sosta successiva: voci maligne sussurravano che persino Stannis necessitasse di dormire qualche ora.
Erano stesi vicina sullo stesso strato di paglia e stracci, non sapeva cosa Bolton gli consentisse, ma per ora nella sua testa c’era un riposante silenzio.
Probabilmente avrebbe dovuto porre fine alle sue sofferenze, ma con che coraggio avrebbe potuto? Non riusciva nemmeno a concludere degnamente la sua vita.
Era sconfitto e solo anche come Reek.
Un fantoccio sempre nelle mani di altri, sempre plasmato da altri.
Si alzò barcollando e vomitò poco lontano.
Deterse il suo stesso viso spigoloso e sudato passando la mano su ogni forma della faccia: a volte aveva dei dubbi persino sulla sua stessa fisionomia.
Perché era toccato a lui? Quale orrido crimine agli occhi degli dei aveva compiuto per dover pagare  un tal prezzo?
E la piccola Poole, poi? Quali colpe aveva ?
Si stese di fianco a lei e le infilò timorosamente una mano fra i capelli.
Ciò la fece smettere di singhiozzare e di stritolarsi lo stomaco con le braccia.
Si rannicchió contro di lui senza toccarlo.
Cosa erano diventati? Due disperati sacchi vuoti abbandonati alla tormenta degli eventi che si divertiva, sadica a tentare di sfondarli.
Jeyne avrebbe voluto piangere , ma era davvero stanca.
Nel suo cervello affaticato si formò la precisa consapevolezza che sarebbe morta lì: forse non in quella neve, ma nella neve più avanti, nel freddo in ogni caso.
Sarebbe morta di fame.
Sfilò dalla manica il piccolo frutto che aveva colto e lo aprì a metà: non era più grande di un’albicocca e più nutriente di una rapa, ma era qualcosa. Glielo mise fra le mani fredde.
Aveva impegnato tanto tempo a plasmarsi come lady, come donna e come moglie, ma era sempre nell’ombra di Sansa e ciò la deprimeva, ripensandoci.
Sansa sarebbe stata la moglie che Theon meritava.
Avevano dovuto fare fronte comune, il terrore della morte si diffuse nelle sue viscere come veleno.
Inghiottirono entrambi il boccone di cibo.
Sansa sarebbe rimasta viva, lei non avrebbe neppure visto l’alba .
Abbracciò Reek e ignorò il suo tentativo di divincolarsi, aveva bisogno di una spalla su cui piangere.
Si sentiva debole, ma almeno lo stomaco non doleva più e ciò la tranquillizzava.
Però le ferite erano un tedio infinito per entrambi.
Voleva solo stare bene, essere accettata da qualcuno che non la considerasse uno sbaglio di cui disfarsi.
Pregò intensamente i suoi dei, diversi da quelli marini e freddi di Theon che annegano la gente per resuscitarla.
L’odore di sangue e quello acre del vomito le invasero le narici.
Recepiva vagamente lo sguardo del ragazzo sul suo corpo, come se fosse alla prudente ricerca di qualcosa.
Poi all’improvviso il calore aumentò.
Le aveva avvolto ben stretto sulle spalle il suo mantello più pesante e stava ancora cercando qualcosa nelle sue tasche.
Le stava frizionando energicamente le mani e il naso anche se era lui quello a tremare e mentre lo faceva sussurrava che non era Theon.
Però forse Reek poteva essere umano, un individuo non del tutto rovinato dalle cicatrici e dalle mutilazioni.
Theon aveva meditato a lungo prima di compiere quei due gesti.
Così lontano le notizie ai Bolton non sarebbero arrivate, forse.
E poi finché avesse trasgredito in solitudine con Arya nessuno avrebbe potuto scorprirlo.
L’idea lo aveva convinto ad agire.
Spezzò il piccolo pane con gesti insicuri e glielo avvicinò alle labbra che si aprirono con molte esitazioni.
Non gli importava, lui aveva già mangiato.
Se avere accanto Arya significava poter essere un po’ più tranquillo, spaventarsi meno, magari avrebbe proseguito opponendosi alla morte di entrambi.
Dette il nome di sollievo al piccolo incendio che divampò nel suo petto quando la Poole riacquisì un respiro leggero ma regolare.
Era sempre scheletrica, ma almeno sarebbe sopravvissuta alla notte e il sonno l’avrebbe rifocillata un po’.
Scoprì la protezione, quel giorno.
Vennero svegliati dal trambusto della gente che partiva dal piccolo villaggio abbandonato dove si erano insediati temporaneamente.
Ripresero velocemente la marcia, vennero di nuovo passati al vaglio dai militari.
Superarono in silenzio l’esame e ripresero infaticabilmente a camminare nel silenzio della candida distesa che stavano attraversando.
Poole si tolse il mantello che ancora indossava restando col vestito che ha sempre indossato.
“Ti appartiene” si sentì dire il giovane Theon.
Esitò un attimo, indeciso.
Aveva freddo, ma aveva addosso anche altri indumenti pesanti.
Lo prese e glielo riallacciò al collo con uno svolazzo elegante e stupidamente frivolo e solenne.
“Non ho freddo” aveva risposto con tono incolore.
Era davanti a lei che camminava e non l’aveva guardata mentre snocciolava forzatamente quella frase.
Sorrise e lo raggiunse pur sentendo le ferite tirare fastidiosamente .
“Sono viva grazie a te, grazie” gli disse con la poca voce che le forze le consentivano di sprecare mentre le sue guance si colorivano.
No, Sansa non avrebbe mai apprezzato Theon e non avrebbe saputo star vicino a Reek e davanti alla morte si sarebbe lasciata morire rifiutando algidamente aiuto da un ostaggio perché non stava bene.
Ora Jeyne era forte, era forte grazie a lui e poteva continuare il suo cammino nonostante l’aspetto, il suo corpo, la sua anonima storia paragonabile alla caduta di una goccia d’acqua in una pozzanghera .
Intrecciò le sue dita a quelle della mano che lui non era in grado di offrirle con troppa sicurezza.
Fissò i grandi occhi marroni in quelli chiari dell’altro:”Non lo diciamo a nessuno” promise.
“D’accordo”, sussurrò il ragazzo che con grande orgoglio riuscì a tenere stretta la mano per ben due minuti.
Poi ci avrebbe riprovato sotto lo sguardo tranquillo di Jenye che si stava a sua volta impegnando per non piangere.
Nonostante le torture, nonostante il silenzio, nonostante il freddo e la fame erano ancora in grado di camminare.
Forse col tempo avrebbero persino smesso di punirsi per colpe che non avevano, come il non essere ciò che il resto del mondo desiderava, ma erano solo ciò che avevano bisogno di essere.
Uniti.
Due lembi di pelle uniti da una cicatrice.
Del resto, ne condividevano tante …
Theon si sarebbe accorto molto dopo e con un mezzo sorriso, che alla fine non piangeva più.
“Per fortuna” avrebbe pensato “Bolton è lontano, sto bene” rifletté “sto bene” si ripeté con decisione .
Si girò verso di lei.
“E sta bene anche Jeyne” .
Era irrobustita dalle avversità ma ancora spaventata.
Si muoveva ancora a fatica nel mondo, ma ce la facevano, dopotutto, stringendosi le mani, anche se questo causava incendi.

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