Fanfiction

E il leone giacerà con l’agnello

La guardò, interdetta e perplessa.
Una donna dai capelli ormai candidi, un corpo sfatto dal tempo e non invecchiato degnamente sicuramente per la vita poco salutare che si conduce stando rinchiusi in un torrione.
Volse lo sguardo verso suo marito, Lord Tyrion, che le fece un semplice cenno d’assenso: avrebbe rispettato la sua volontà, in ogni caso.
Il caldo iniziò a farsi insopportabile e l’aria iniziò a mancarle nonostante lo sventolio del ventaglio legato per un capo al suo polso candido.
La donna davanti a lei venne brutalmente strattonata dalle guardie e gettata per terra senza riguardo, esattamente come gli altri prigionieri.
Si morse il labbro nell’incontrare i suoi occhi freddi, vuoti, lontani.
Non l’avrebbe mai degnata di uno sguardo, non era mai stata lei la regina nonostante Ditocorto, nonostante tutto.
Conficcò le unghie nel legno dello scranno.
Dare segni di cedimento non era appropriato.
Quante cose, involontariamente, aveva appreso da colei che era stata la sua aguzzina…
La sconfitta era stata pesante, eppure non le recò gioia.
La donna di fronte a lei sfoggiò con grazia le rughe, con impassibile alterigia gli occhi stanchi e con ineludibile dignità il vestito strappatosi in una caduta nella polvere.
Una delle tante.
Sperò inconsciamente che almeno la condanna, la paura della morte vicina e palpabile l’avrebbero fatta crollare.
“Fatela alzare” si udì scandire meccanicamente.
Cersei Lannister doveva aver deciso con facilità la sorte da attribuire a sua madre e ai suoi fratelli, l’aveva tradita e ingannata più volte senza mostrarsi minimamente turbata o moralmente scioccata dalla cosa.
Era vuota come lei.
Nessuno volle sposare Alayne Stone , nessuno volle mai amare Sansa Stark.
Ma le regine le amano tutti.
Non è sempre un bene.
Era una donna orribile e di ciò era sicura, ma pur nella sua distanza dal mondo acuita da Petyr e le sue manipolazioni emotive non riusciva a restare troppo distante dall’umanità. Ignorare gli occhi di Cersei non le era mai stato possibile.
Non fu possibile per nessuno di quelli che la incontrarono: verdi, vividi, velenosi più della sua lingua.
Chi avesse voluto conoscerla avrebbe dovuto leggerne lo sguardo.
Si impose di ignorare il nodo alla gola che il silenzio le stringeva progressivamente.
“Hai qualcosa da dichiarare, Cersei della casa Lannister?” domandò uno zelante cancelliere.
Era un confronto e sapeva che Petyr aveva fallito.
Di sicuro la bionda era cambiata: sembrava pacificata, come se l’esaurirsi degli eventi, il dolore passato e presente che le scavavano il corpo non fossero che sintomi passeggeri di un raffreddore.
Sansa ascoltò in silenzio ricomponendo la sua miglior espressione da lady e regina del Nord.
La Lannister doveva essere condannata e in maniera pesante: il sangue che macchiava Grande Inverno lo esigeva e così anche il suo cuore.
“Non mi pento di nulla, prete” sibilò la nobildonna freddamente rivolta al saepton.
La Stark sapeva bene che non avrebbe confessato nulla.
“Tu fosti l’aguzzina della mia infanzia,la donna che mi privò di una famiglia, che mi sposò a uomini a cui non ero destinata e che si privò della dignità giacendo con suo fratello, ma ciò non spetta a me giudicarlo”.
Le sue labbra esangui si muovevano sotto lo sguardo inalterato di Cersei, freddo come una lama,l’elaborata acconciatura sul suo capo si agitava come un blocco di gelatina.
“Sono morti i tuoi figli, è morto tuo fratello e quel giorno la tua disperazione scosse e commosse anche le fondamenta di Grande Inverno, lo ricordiamo bene”.
Pericolosamente pacifica, la donna si limitò a reclinare il capo con un sorrisetto.
Compatimento.
Una competizione fra lady? Pensò con orgoglio a tutti coloro che l’han riconosciuta come degna di essere seduta fra le principesse per modi e bellezza dimostrati.
“Non sei molto diversa da me, ragazzina” replicò “Baelish, è stato lui a distruggerti e nemmeno te ne sei resa conto” profferí divertita dall’incupirsi dello sguardo azzurro della Signora del Nord.
“A letto con un uomo che non vuoi per un sentimento che non senti per uno scopo che non otterrai, trovo sia meravigliosamente ironico”.
Sogghignava.
Non si spezza una donna della cui coscienza restano solo macerie.
E fa freddo, vero freddo del Nord, nella polvere che si solleverebbe dai passi di chi avesse il privilegio di pentrare, come se fosse  una splendida e decadente dimora, l’animo della leonessa.
La Stark andò a trovarla, quel giorno infelice in cui da prigioniera le portarono la notizia della morte di suo fratello.
La trovò sdraiata sul letto, con gli occhi spalancati e il corpo immoto se non per il respiro, le braccia mollemente aperte.
Non singhiozzava, le lacrime scorrevano in un silenzio così profondo che con un po’ di attenzione un orecchio fine le avrebbe sentite precipitare sul cuscino.
Si fermò rispettosamente sull’uscio in attesa di esser invitata a entrare, era pur sempre figlia di Catelyn.
Capì presto che non avrebbe mai sentito un invito, perciò si chiuse la porta alle spalle, avvicinò uno sgabello al letto e vi si sedette sopra sistemandosi accuratamente le gonne dell’abito.
“Condoglianze, lady Cersei” mormorò quel giorno.
Conosceva il dolore anche se era distante dalla donna che giaceva sul letto.
La bionda si portò lentamente una mano al petto e infilò le dita sotto il tessuto scostandolo con mani tremanti: tre lunghi segni rossi attraversavano il seno fino al capezzolo.
La tensione era alta, anche perché quella signora aveva sempre avuto il potere di spaventarla e in qualche modo perverso attrarla.
Lei da bambina avrebbe voluto somigliarle con tutta sé stessa.
Avrebbe dato tutta sé stessa per essere la sua pallida ombra.
Inumidí una pezza e gliela passò, con gesti delicati e circolari, sulla mammella.
Cersei continuava a piangere dagli occhi, ma il suo respiro era mutato così come il suo sguardo se la lady vi avesse prestato abbastanza attenzione.
La stoffa candida si macchiò di sangue.
Erano liquidi gli occhi smeraldini dell’algida lady.
Vividi, mentre la strattonava bruscamente contro di lei.
Sansa aveva riscoperto in quel momento quanto fosse potente la Lannister.
Era bastato quel goffo quanto intimo contatto a farla tornare piccola e insicura.
Tentò di scostarsi, ma commise l’errore di guardare la Lannister per un secondo di troppo.
Soffriva, dopotutto! Come biasimare una quindicenne che ha perso i famigliari, la fiducia nel mondo e ogni emozione positiva possibile verso la vita intera.
Pensava di essersi ritirata.
Forse quello era un monito del destino.
Crollò come cade una diga sotto la pressione di un fiume in piena.
Si allontanò rifugiandosi in un angolo della stanza, tremante, la corona abbandonata lontano.
Cersei si alzò con un movimento fluido e le si avvicinò con passo cadenzato, ora le gocce salate sulle sue gote un pallido ricordo.
Le sollevò il viso con un gesto fermo e delicato.
Ne studiò i bei tratti giovani e freschi, le labbra provate e rosee, le iridi cristalline e stillanti lacrime.
“Non cercare mai più tua madre in persone che non hanno la minima intenzione di esserlo” mormorò suadente e con voce carezzevole “Perché davvero, non hai idea di quanto siamo simili”.
Chiudendo con forza gli occhi Cersei si era imposta di non allontanarsi.
Stava piangendo e singhiozzando sulle sue ginocchia, stava sfogando la sua disperazione e macchiando uno dei suoi pochi vestiti rimasti intatti dal saccheggio di Castel Granito.
Era seccante.
Cadde seduta dalla posizione accovacciata che stava tenendo.
Non la sfiorò mai, neppure per un minuto se non nel scioglierle, lentamente i capelli dalla crocchia elaborata e sfilò le forcine lanciandole sul pavimento di nuda pietra.
Tintinnarono, nella testa della bionda, come monete.
Il suo tocco si fece più deciso e frequente, tirò le ciocche con energia per dissiparne i nodi fra le dita.
Le ricordò una madre che tanto tempo addietro fece lo stesso per lei nel giorno in cui suo padre le impose il primo abito e s’infuriò nel vederla maneggiare una spada.
Quella bambina pensava di non aver compiuto nulla di scorretto o disdicevole.
Fu la ferma mano di Johanna e fu il suo canto delicato a farla tranquillizzare.
“Papà non lo farà più” aveva promesso.
Bugiarda!

Le urla di sofferenza, in realtà, erano della Lupa rossa.
I guaiti di un animale ferito nel profondo.
Erano sole entrambe.
Avevano avuto accanto uomini non alla loro altezza, infedeli e traditori.
Ignobili vermi.
E dopo c’era stato solo un orrido vuoto.
La ventenne si era voltata premendo il naso contro il suo ventre.
Nella nobildonna si rafforzò la convinzione che l’unica cosa che l’avesse tenuta in vita fino a quel momento fosse il freddo, perché quella sulle sue ginocchia era una scialba ragazzina in perenne balia degli eventi a cui non ha mai saputo opporsi.
Il silenzio le divise nuovamente, pesante come una montagna.
La signora di Grande Inverno si allontanò sulle gambe malsicure, quella sera.
Cersei si alzò e chiuse la porta badando a non far rumore, sfiorò lo sgabello con una mano affusolata.
Cadde di nuovo sul materasso, ora le palpebre le pesavano dal sonno.
Un gentile tocco di suo marito riscosse Sansa dal ricordo.
Cosa avrebbe fatto sua madre? Catelyn Tully avrebbe fatto giustizia col massimo della severità e ora lei aveva un popolo da soddisfare con una sentenza equa.
Misurò ogni sillaba:”Che Cersei Lannister sia frustata cinquanta volte sulle mani, che le sue ferite siano cosparse dello stesso sale con cui ha preteso di seccare la vita nel Nord”.
Il sangue iniziò a scorrere copioso.
La donna non distolse da lei lo sguardo nemmeno per un minuto e l’unico momento in cui gridò di dolore fu al passaggio dei cristalli di sale.
Essere una lady, una regina, essere forte, essere come sua madre, essere graziosa e beneducata.
Non riuscì a esultare, quella sera, con la folla.
Tyrion notò il tremito del suo labbro inferiore, ma tacque.
Dopo la cena gli avrebbe chiesto di potersi congedare per una passeggiata.
Il figlio di Tywin capì e acconsentì.
Fu con incedere quasi sospettosamente furtivo che si palesò davanti a una porta di legno che ormai ben conosceva.
Bussò con tocco gentile e non le venne aperto.
Dedusse dopo la motivazione, ma prese l’iniziativa e varcò la soglia.
La trovò a fissarsi con disgusto le mani rovinate e doloranti.
Le riempì un bacile con acqua pulita e la guidò nell’inserirvi le mani sino ai polsi.
A Cersei sembrò di tornare a respirare e a ragionare  lucidamente.
Non era una sciocca e non avrebbe rifiutato un aiuto in una simile situazione.
Chiuse gli occhi tentando di rilassare le dita connesse ai palmi scarnificati dalla frusta.
“Volete mangiare?”
Ma non avrebbe mai chiesto aiuto.
La lady dai capelli ramati immerse il cucchiaio nella zuppa calda e glielo avvicinò alle labbra semiaperte e secche.
Non aveva neppure bevuto nulla.
Le fece sorbire il brodo senza proferire parola e le avvolse le ferite in bende pulite.
“Non mi occorre la carità di nessuno” si dissero.
All’unisono, che cosa buffa.
“Siete libera di visitare gli Alberi del Cuore nel Parco degli Dei, se lo desiderate” aveva detto di getto la giovane signora abbozzando una timida conversazione.
“Non credo nei vostri dei” disse Cersei.
“Nemmeno io” ammise la ventenne tenendo lo sguardo basso sul pavimento:”Solo gli Alberi Diga mi si manifestarono quando necessitai di conforto, ma il legno è pur sempre legno anche se animato da poteri magici”.
La Lannister annuì.
Nessuna di loro era stata salvata dagli dei.
Gli dei le avevano precipitate all’inferno.
Uscirono in mantelli pesanti e giunsero al Parco sacro.
Cersei cadde in ginocchio nella neve e vi depose sopra delicatamente le mani lesionate arrivando vicino al piangere dal sollievo.
Quel gesto le diede colore in viso, per lei ogni respiro era una tortura e la Stark lo aveva capito subito
La guardò per alcuni attimi, completamente rapita dall’espressione di gioia che la donna aveva dipinta in viso.
Un bel viso nonostante i capelli imbianchiti, le rughe e la magrezza.
L’abbracciò con vigore.
Dopotutto era una bambina e Alayne era dimenticata da tempo, la guerra era finita e di lei non vi era più bisogno.
La leonessa e la lupa, abbracciate in un giardino innevato e cosparso del rosso delle foglie invecchiate .
Se quello era il prezzo da pagare per la pace, Cersei avrebbe onorato il suo debito.
Se quello era il prezzo del calore, Sansa non sarebbe più tornata indietro da sé stessa, qualunque cosa sarebbe accaduta andava affrontata con i piedi ben saldi a terra.
Si sentiva stranamente piccola e conscia della sua fragilità fisica.
Cersei aveva ragione, si somigliavano in più modi di quanto si aspettasse.
E aveva anche ragione che la miglior arma di una donna non è il pianto.
La fissò, completamente e coscientemente stregata.
(Gli ammonimenti di sua madre, dei suoi consiglieri e del resto del mondo, incluso il suo io, l’avrebbero colpita molto dopo, molto…lontano).
Era il sorriso.
E Cersei Lannister quando sorrideva irradiava luce tutt’intorno.
Una luce che sapeva di pericolo, ora sa di stanchezza, di solitudine e di quarant’anni di dura vita.
E alla Lupa piacque quel piacevole calore che le tinse le guance quando la bionda ricambiò la stretta pur evitando di usare le mani.
Erano entrambe coi capelli sciolti, nella completa assenza di suoni e protetti dall’Albero.
La Lannister se ne andò.
La Stark non smise di sorridere.
Ci sarebbe voluto del tempo, ma magari avrebbe potuto funzionare.
Pregò gli Antichi Dei che accadesse.
Aveva disperatamente bisogno di saperla sorridente.
Rientrò in camera e si coricó.
Aveva sentito dire che l’arma più potente di una donna era fra le sue gambe.
Non era vero e ora lo sapeva.
Qualcuno aveva giustamente detto che quando Cersei sorride mostra sé stessa diventando radiosa, spargendo luce intorno a sé.
Ripensò a quel grido di sollievo che le si era dipinto sul viso quando aveva messo le mani nella neve.
Era vero , ma per vederlo fiorire spontaneamente ci sarebbe voluta molta pazienza.
Non aveva troppo chiaro il motivo per cui si ostinava a non condannarla a morte, a farla imprigionare nelle tombe che ora ospitavano i suoi fratelli, forse era il suo sguardo smeraldino.
Come leonoessa non avrebbe ruggito mai più, ma magari come essere umano aveva diritto a una seconda occasione per averla salvata dal freddo.
Si somigliavano, era vero.
A Sansa veniva difficile gestire le emozioni che ora riusciva a sentire soprattutto perché sapeva che in realtà avrebbe dovuto odiarla.
Eppure non riuscì mai a dimenticare quell’abbraccio dell’orgogliosa e fiera donna Lannister.
Magari, lavorando con la pazienza con cui l’acqua scava anche la roccia le cose sarebbero migliorate in quella Westeros distrutta dal ghiaccio e dal fuoco.
“Cersei dopotutto aveva sempre vinto” pensò chiudendo finalmente gli occhi “mi ha sottratta a Baelish, mi ha sottratta all’alienazione costringendomi a soffrire”.
Ed era stato un bene, era per una simile ragione che gli imperi crollavano sotto la spinta degli uomini.
Amore.
Anche se l’amore di una madre non lo avrebbe più avuto e avrebbe dovuto camminare sulle sue gambe ancora incerte.
Sentì il suono della frusta nelle orecchie.
No, sarebbe stata una lupa coraggiosa come la sua mamma e avrebbe portato onore e gloria prima di tutto a sé stessa.
Perché quel giorno, con la sua impossibile dignità e calma, Cersei le aveva illustrato la più importante delle lezioni: era lei a dover convivere con le conseguenze di quel che diceva e faceva, prima di tutto.
Non era pentita di nessuna frustata infertale, il popolo si era ritenuto soddisfatto e così anche lei.
In quella sentenza non vi era sicuramente giustizia, ma di sicuro vi era qualcosa di ben più importante.
La speranza.
Di un cambiamento radicale, di un’innovazione potente e totale.
Ma serviva tempo e a vent’anni ne hai, si era detta di nuovo.
Catelyn le raccontava sempre che piantare un albero del cuore era difficile:aveva la corteccia sporca e friabile, radici dure e favoriva lo sviluppo dell’erba cattiva intorno a sé.
Però quando il manto di foglie cresceva la magia prendeva vita nei colori del sangue.
Era più o meno la storia di Cersei.
E magari, con un po’ d’aiuto avrebbe salvato l’albero e le sue radici ritorte per farlo crescere meglio.
Forse era solo illusione, ma non ne aveva mai amata una così tanto.
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