Fanfiction

Burning alone, unlucky lovers

tumblr_static_tumblr_mexizvtaoi1qli4ogo1_500Non c’è giustizia né logica in quello che sta osservando.
Le luci, i colori accecanti, i vassoi perennemente pieni, quasi debordanti di cibo che nessuno in condizioni normali potrebbe mangiare.
E a casa muori di fame, piangi per i crampi che tormentano il tuo stomaco vuoto se non sai cacciare o non hai nulla di interessante da rivendere per procurarti di che vivere.
Il party va avanti da ore, ormai.
Sbocconcelli qualcosa: non sai mangiare, non hai mai avuto l’occasione di sprecare.
Effie ti invita a ingozzarti in sua compagnia.
Improvvisamente la tua fame cessa.
Con metà della roba in quella stanza avrebbe mangiato larga parte di Panem.
Ti manca l’aria, vorresti uscire da lì.
Capitol City è fatta di persone che soffrono semplicemente per aver troppo e per la fobia di perdere ciò che possiedono.
Senti improvvisamente di essere sbagliata, fuori posto, una persona che ha ottenuto qualcosa cui tutti dovrebbero aver diritto.
Ti giri alla ricerca di Peeta, gli spieghi che hai bisogno d’un po’ d’aria: senti l’odore del vomito e del cibo saturare il salone.
E’ una tua impressione, chiaramente: le essenze che vengono spruzzate regolarmente coprono ogni odore, le finestre aperte garantiscono un ricambio d’aria che a te pare comunque marcia.
Scappi e quando riesci a rivedere il cielo nero ti accorgi che hai iniziato a tremare dalla paura: hai paura di essere diversa,  hai il terrore che un’immagine negativa di te possa impedirti di realizzare il tuo (per ora ancora fumoso) piano, ti impedisca di offrire a Primrose e a tua madre la vita che ritieni meritino.
Ti sei messa in gioco due volte per un ideale che ritieni fondamentale e che la grande e sfavillante Capitale uccide quotidianamente: il rispetto della vita umana.
Sei un tributo, non sei un ragazzo, sei una scommessa, non sei una persona, sei un potenziale vincitore, devi essere quello che le pubblicità impongono.
 Vorresti rabbrividire, esprimere il tuo disgusto.
Esce Mellark, il fortunato figlio di fornai che hai incontrato nell’Arena e ti prende sottobraccio.
“Katniss, ti senti bene?”
“E’ disgustoso, tutto questo è disgustoso”.
“Lo so, ma non possiamo parlarne, siamo i vincitori felici di aver offerto alle loro famiglie il sostentamento per tutta una vita.”  Le dice il biondo, paziente.
Katnip è come l’erba cattiva: l’unica parte in cui riesce a entrare è quella di sé stessa.
Per il resto la sua recitazione sono i sorrisi, le smorfiette e poco altro: non ha mai avuto alcun talento particolare al di fuori della caccia e del sopravvivere in situazioni orrende.
Solo il ragazzo che ha al fianco sa ripetere  discorsi prestampati e discutere con tutti sfoggiando con una convinzione così falsa da far credere a tutti di amare il patetico circo che stanno vivendo.
E poi torna a sorriderle, ad abbracciare solo lei, a sostenerla nella loro solitaria guerra.
“Katniss!” strilla Effie con la vocetta stridula e sgradevole che la caratterizza.
La ragazza si congela sul posto, desiderando di poter scomparire.
“Arriviamo Effie!Kat si sta solo riprendendo un attimo”.
La donna, quando rientrano offre loro le fialette trasparenti che tutti si infilano nelle tasche e nelle maniche degli abiti.
L’erba cattiva non sa fare altro che l’erba cattiva.
Everdeen si congela sul posto insieme al sorriso di plastica che le è affiorato alle labbra.
Rientra nell’ampia sala e afferra il contenitore, si dirige in bagno e lo fa sparire, poi si prende un paio di panini al buffet e ritorna da Peeta.
“Manca molto?”
“Temo che questa storia sia solo agli inizi”.
Sente la nausea prenderle la bocca dello stomaco senza usare la fialetta magica e si rintana alla toilette ignorando Effie che le raccomanda di non sporcarsi il vestito nuovo.
Quando ritorna il  dolore allo stomaco prosegue implacabile per tutta la serata, una triste e lunga sequela di chiacchiere vuote condite con cibo ottenuto sfruttando gente che in tutta una vita non mangerà nemmeno la metà di quanto ammassato in quel salotto di gente bene della capitale di Panem.
Si guarda intorno notando, un po’ in disparte, un tavolo dalle decorazioni sgargianti su cui svettano dei drink dai toni altrettanto chiassosi.
“Sono forti?”
“Non sei un po’ troppo giovane per bere, vincitrice?”
Afferra un calice e si sposta all’angolo della stanza, una zona riparata e piuttosto buia rispetto alle altre in cui regna sovrano il caos.
Osserva il liquido che dovrebbe ingurgitare mutare di colore ogni volta che due sostanze si mescolano: è appena passato dal blu di Prussia al viola prugna e ora non sa bene come sta virando verso il giallo canarino.
Le viene da pensare che Haymitch non sarebbe per nulla contento della soluzione da lei adottata per dimenticarsi almeno un momento del mondo che la circonda.
Annullarsi, ha bisogno di annullarsi.
O forse le avrebbe chiesto un secondo giro dopo aver buttato giù quella cosa schifosa come se fosse acqua fresca.
Un solo sorso e le brucia la gola ma manda giù tutto.
Giura che non si avvicinerà mai più a un alcoolico in vita sua.
E forse sta mentendo, ma conta poco.
Peeta le sorride e la invita a farsi largo tra la folla, ignorando i rumori di tutto ciò che la circonda.
Menomale che quel party molto chic è giunto al termine e il loro treno superlussuoso deve ripartire.
Si sente domandarsi se ha bevuto, ha gli occhi lucidi e l’alito che sa un po’ di alcool.
Ignora tutti e poi si infila in cabina.
Si lascia cadere sul cuscino e s’assopisce quasi subito, con le labbra contratte in una smorfia.
Il mattino dopo avrebbe avuto un mal di testa allucinante.
Chissà se per il suo mentore è sempre stato così facile ignorare l’emicrania.
O forse non è proprio quello il primo problema dell’uomo che ha fatto di lei una stella a Panem.
E lei lo sa, certo non è stupida: sa che dietro ogni azione c’è il grido disperato e inascoltato di chi la commette.
Cin cin, Haymitch.
Quando riapre gli occhi si veste, si fa truccare e si trascina verso la colazione.
“Katniss, ti senti bene?”domanda gentilmente Effie notando che la ragazza continua a sfregare gli occhi e mugugnare qualcosa di insensato.
“Cara, hai mal di testa?”chiede ancora la donna.
“No, Effie” riesce ad articolare la mora ancora disturbata dai nefasti effetti dell’intruglio ingurgitato la sera precedente.
E dire che ha bevuto un solo cocktail.
“Dolcezza, stamattina sei particolarmente loquace” saluta Haymitch, che odora di alcool e vomito.
Silenzio.
“E tu puzzi”sibila astiosa la mora.
“Hai bevuto?”
“Attualmente sono solo disgustata dall’Universo intero,l’alcool non c’entra” sbuffa la vincitrice.
“Quanta acidità: brutta serata?”
Si domanda come mai certe cose riesce a dirle solo al suo ex-mentore e a nessun altro al mondo, come sappia farle dire più o meno quello che vuole e ignorare ciò che non lo tange.
O forse è solo l’alcool.
“Ci sono cose che non capisco… sarà perché sono figlia di minatori”.
“Non si sfugge a ciò che non ci piace, specie nella capitale”.
“Sei saggio o ubriaco?” domanda la ragazza.
“Ti pare una cosa che direbbe una persona saggia?” fa notare l’uomo scolandosi un tazza di caffè.
La mora si massaggia le tempie con le dita.
“Te ne esci sempre con queste frasi, nel doposbronza?”.
“E tu sei sempre così adorabile, dolcezza, nel doposbronza?” commenta Haymitch ghignando col viso vicino a quello della mora e con un tono di voce sufficientemente basso da farsi sentire solo da lei, che gli rifila un affettuoso cazzotto su una spalla.
Chiaramente è ancora ubriaca.
“Ehy, bisbigliare è maleducazione!” strilla la Trinkett facendo mugugnare Everdeen per il mal di testa.
“Tesoro, molla un attimo le redini e mangia qualcosa, ok?” risponde Haymitch rifilando alla donna un buon motivo per iniziare una filippica sulla buona educazione andata perduta, sui pericoli dell’alcool e sulla volgarità.
Effie si allontana stizzita a chiamare le addette al trucco e agli abiti di Kat e Peeta.
“Perché mi chiami sempre dolcezza?”
Ecco, questa è una bella domanda.
“Perché sei importante, sei preziosa per quanto tu sia tremendamente irritante quando ti impegni”.
Ecco, una bella risposta preconfezionata che non implica nulla.
“Non chiami così nessun altro, nemmeno Effie e lei ci sta male”.
“Effie sta male anche per i tavolini in mogano” replica sarcastico il mentore mentre con un ghigno addenta un muffin.
Dopo tutto quello che ha vomitato avrebbe pur dovuto mettersi qualcosa nello stomaco, specie se si trattava di affrontare questioni che aveva tentato, seppur vanamente, di annegare nell’alcool.
Perché quando ha visto per la prima volta Katniss Everdeen salire sul treno e dopo sul trono, non ha visto un mucchietto d’ossa spaventato da una situazione disgustosamente crudele in cui si trova immersa, non una bambina frignona o una superdonna.
Lui ci ha visto le fiamme dietro le iridi cristalline del suo tributo.
Ha scoperto lentamente di apprezzare il suo sarcasmo e la sua lingua tagliente, di guardare con divertimento il fuoco che ha nelle vene quella giovane e seccante moretta che ha centrato con un lancio di coltello qualcosa di praticamente impossibile da prendere: la scanalatura fra due assi di legno.
Quel giorno ha faticato molto a contenere l’ammirazione.
Vecchio burbero ubriacone spezzato dal peso di un passato troppo pesante da reggere.
Si vuole sempre e solo dimenticare.
E’ pure saggia, la ragazzina.
Saggia e disillusa.
“Questo non risponde alla mia domand…”
“Ragazzi!Su, andate a prepararvi!” strilla Effie ricomparendo e sottraendo inconsapevolmente Haymitch al chiarire una questione spinosa.
Cosa vedi quando scruti le fiamme?
Lui sa bene cosa c’è nel fuoco.
Quel fuoco che gli attraversa le vene, che gli mozza il fiato in gola e lo spinge a dare, per una volta, veramente tutto sé stesso per averla accanto a sé sino alla fine.
Dopo sa che dovrà lasciarla andare, ma non se ne cura, l’alcool annega quella dolorosa contrattura che gli impedisce di vivere senza le fiamme.
Senza Katniss.
Perché quel vecchio lupo di Haymitch non sa stare al freddo, ma non si ricorda nemmeno come si accenda il fuoco.
Perciò, ogni tanto gli occorre una mano amica e vicina, come alla Ragazza in Fiamme occorre qualcuno con cui suddividere il dolore.
Quando si allontana Effie insieme a Peeta sa che la rivedrà solo al termine della giornata di discorsi in giro per un Distretto, uno dei tanti, che li odia.
E a ragion veduta.
La vede spostare la sedia con un movimento decisamente poco aggraziato e pronta a scendere dal treno con i suoi compagni.
Le urla, gli spari dei Pacificatori dopo la commemorazione, tutto gli scorre davanti con sorprendente indifferenza, anche se ha ancora la forza di pensare che non vorrebbe che sia necessario.
Di nuovo, la Ragazza in Fiamme che si aggrappa a un relitto in mezzo a una tempesta.
Non sono poi così diversi.
Due relitti sono destinati solo ad andare a fondo, fino in fondo all’oceano burrascoso.
Ripartono, Peeta è a lavarsi, ancora troppo choccato per proferire parola, saluta Katniss con un abbraccio e Effie le mette gentilmente una mano sulla spalla in segno di un conforto che non sa come altro esprimere, ma ha capito.
Purtroppo non sono molto bravi a confrontarsi, ma sarebbe andato sempre bene così, fino alla fine.
Lo sta guardando con una strana luce nello sguardo, è fragile e lo sa.
Ma lui lo è ugualmente.
Stacca una mano dal bicchiere che ha deciso di ingurgitare, essa trema a rivelare impietosa la sua reale condizione fisica e psichica.
“Non verrà niente di buono da tutto questo”.
“Non è mai venuto nulla di buono da noi, se non fuoco”.
“E’ strano come un banale incontro abbia ridefinito il concetto di sfortuna”.
Haymitch non si sarebbe scusato per il modo in cui la sta usando, alla stregua di un volantino pubblicitario, di una merce di scambio.
Lei lo sa, ma capisce anche che non è solo la pubblicità che le sta offrendo, ora ha un approdo sicuro a cui far ritorno per i momenti di tempesta lontano dai riflettori.
Per una volta a Katniss non dispiacerebbe puzzare d’alcool, giusto per avere un alibi a ciò che sta facendo.
La mano callosa della ragazza sta massaggiando, paziente, la sua fino a quando non smette di tremare.
Non la ringrazia, non lo farà mai.
La bacia, ricominceranno a separarsi a breve, ad allontanarsi per la burocrazia, per i complotti e per sopravvivere perciò decide che vuole avere un’ennesima sensazione da soffocare.
O forse da tirar fuori nei momenti di massimo autolesionismo, cosa a lui non estranea, in realtà.
L’alcolismo è sempre stato un modo rapido per punirsi e non lascia segno se non un mal di testa.
Come mai non si allontana?
Ah, sì, ecco chi sono gli sfortunati amanti del Distretto Dodici: loro.
Si dividono , la Ghiandaia che non è ancora tale canta la canzone dell’albero degli Impiccati.
Sottovoce, lui, quella notte, per alleviare la preoccupazione e scacciare i fantasmi, farà la stessa cosa, con la schiena appoggiata al freddo muro della cabina del treno mentre la sentirà urlare e cederà il passo a Peeta, che si alzerà a confortarla al suo posto, come da copione.
Come deve essere, da loro non sarebbe mai venuto nulla di buono.
Come sarà sempre, finché lei non imparerà ad amarlo.
Perché amare è lasciare andare qualcuno, ma è l’essere liberi di farlo o almeno poterlo pensare.
La guarderà da lontano sino al giorno in cui non sarà finito tutto e resteranno di nuovo lei, Mellark e il Dodici, magari sarà anche suo testimone di nozze, se riuscirà a vivere sino a quel giorno.
Si passa le mani nei capelli e si concede di picchiare la fronte sul tavolo perché alla fin fine non gli importa.
Forse, dopotutto, è sempre stato il suo fardello da sopportare: le fiamme dei sentimenti che non si son mai sopiti, il dolore che ha continuato ad ardere e scoppiettare allegro insieme a qualcosa di pericolosamente vicino alla gioia di vivere, alla speranza.
E lui deve spegnerle fino al giorno in cui Katniss brillerà.
Lui resterà al freddo, ma forse sentendosi un po’ meno solo, perché avrà imparato ad accendere il fuoco, ma soprattutto ad alimentare le fiamme.

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