Fanfiction

La fine del viaggio

Arcfm

Erano al quinto minuto consecutivo di combattimento, stava iniziando a perdere di lucidità anche perché le pareva di conoscere quello stile di combattimento.
Aveva già incassato due colpi al torace, alcuni pugni e dei calci, ma ne aveva restituiti altrettanti al suo aggressore, il guerriero dall’armatura col leone nero.
“Stemma inusuale”, aveva pensato inizialmente.
Si è sfilata l’elmo e il suo avversario aveva fatto lo stesso.
Sanguinavano entrambi in più punti, la vista iniziava ad annebbiarsi a tutti e due i contendenti.
Combattere nelle file laterali dava il vantaggio di restare relativamente in disparte.
Ecco dove era finito.
Aveva due mani, ora e combatteva con una certa perizia che le ricordava il suo vecchio stile.
Cadde in avanti, lui la sposta dietro un albero pur essendo malconcio e lesionato quanto lei.
Lo aveva visto accasciarsi davanti a lei.
“Vi spetta il colpo di grazia” riusciva a sussurrare fiocamente la bionda cedendo la spada.
“Non pensavo aveste mai ricevuto una sconfitta da me, lady”.
“Non sono una lady” diceva tossendo mentre riusciva a stento a balbettare.
“Stiamo morendo” rifletteva quindi il biondo con aria stanca e sempre più pallido.
“Se volete pulirvi la coscienza è una buona occasione” sussurrava la signora di Tarth.
Jaime tirava su col naso, allora: era la prima volta che accettava con rassegnazione qualcosa.
Però, dopotutto, quel qualcosa, se era lì Brienne ad affrontarlo forse riusciva a reggerlo.
Concludere con dignità poteva essere l’obiettivo di una vita che appariva senza conclusioni?
“Voi avete ancora la convinzione che io abbia una coscienza?”
“Se no non saremmo qui, Jaime”.
Sistemarsi contro la corteccia dura dell’albero e doloroso e faticoso per entrambi.
Dai, quel nome era una vera pugnalata alle spalle: il mondo deve essere stronzo con lui fino alla fine, eh?
Si era sforzato fino all’ultimo di non pensarci, di non sapere che quello era l’unico modo in cui si sarebbero potuti ritrovare: lame in mano, il sangue di uno dei due a bagnare la Terra.
L’aveva appena udita ridere.
Quella sua brutta risata da cavallo non era cambiata nemmeno nel modo in cui le scopriva i canini e le faceva oscillare il pomo d’Adamo nella gola.
E come le illuminava gli occhi, soprattutto.
Chissà cosa aveva fatto in sua assenza, chi era diventata e quanto era cambiata.
“Voglio dirti una cosa, donzella, che va aldilà persino della mia coscienza” sussurrava il cavaliere biondo.
“Non so quanto dureremo, per cui…”
“Poco, ser” sbuffa lei mentre un dente le si tingeva di sangue passandogli un braccio intorno alle spalle.
Nel morire quantomeno poteva essere audace, almeno un po’.
Voleva dirglielo che gli voleva bene, almeno così.
Un semplice abbraccio, nulla di erotico o troppo…importante.
Perché è tardi quando si muore per costruire cose importanti.
Forse così era un po’ poco per scusarsi, per dire ciò che si pensava da sempre.
Forse così sarebbe stato come addormentarsi, come si addormentavano ogni sera nella Fortezza Rossa.
Un giorno lei si era davvero addormentata sulla sua spalla, lo ricordava bene e con un misto di disgusto per l’odore di urina e umidità nell’aria.
Aveva messo una mano sulla coscia della brutta, disgustosa e silenziosa donzella.
Perché in sua assenza è sempre, sempre sempre così insofferente?
“Qui non ci troveranno mai…” diceva la trentenne, svagata “Ma non importa, stiamo morendo con onore”.
Aveva tossito.
“Già, ma sei un’idiota, brutta vergine: hai il mio rispetto, ecco”.
Le aveva sputato del sangue addosso, ma dopotutto perché prendersela? Era la fine dei giorni, il loro giudizio sarebbe stato negativo per entrambi, davanti agli dei.
“Anche da moribonda riesco a essere brutta” rideva scioccamente lei per celare le lacrime notando la sua immagine riflessa in una pozzanghera.
“Donzella, grazie per avermi tenuto in vita”.
Brienne piange diventando sempre più pallida, con quel verso ragliante e di gola che è tipico suo.
“Non sono riuscita a farmi amare nemmeno da mio padre, non ho portato a termine” sangue, lacrime ancora “nessuno dei miei doveri”.
“Donzella, mi pare il momento peggiore per vergognarsi” mormorava fiocamente lui accettando l’abbozzo di abbraccio.
Senza girarsi solleva la sua nuova mano destra e le solleva la frangetta.
Tenerezza? Così inusuale nel loro rapporto.
“Io mi son vergognato tanto, credo, specie da quando te ne sei… andata da Approdo del Re”.
Lasciava cadere il volto sulla sua spalla.
Sì, forse per loro dopo i titoli di coda può esserci una dignitosa fine.
Si portano entrambi le mani allo stomaco, Brienne se avesse abbastanza sangue arrossirebbe.
Jaime le stava sorridendo senza scherno.
“Sei… bella. Sono orgoglioso di essere ucciso da te” brontola “E ora… ci addormenteremo, credo e non imp-i-i-importerà più nulla perché finiremo in due posti diversi”.
Ormai aveva la voce flebile, il cuore stava rallentando.
“Probabilmente è vero”, aveva riflettuto Brienne smettendo lentamente di respirare.
“Probabilmente è vero, ma finchè siamo insieme qui, va tutto bene, nonostante tutto”.
I suoi occhi si stavano spegnendo, Jaime stava cercando lei,il contatto con il suo corpo.
“E’ bello che il primo gesto con la mia nuova mano sia fra i tuoi capelli”.
Se ne stava andando su di lei ed era doloroso, avrebbe voluto gridare di rabbia e dolore.
Perché non era giusto, sul serio.
Erano insieme, sospirava.
Erano insieme e nessuno li avrebbe più separati.
Nemmeno un esercito.
Nemmeno la guerra.
Nemmeno la morte.
Non ora che si sentiva amata, non lo avrebbe tollerato.
Lui se ne era già andato, ma aveva ancora la mano nella sua.
Le veniva alla memoria una frase di sua madre.
“Dormi serena, figlia mia, perché sai di essere amata”.
“Dormi sereno” sì, era così che doveva essere “dormi sereno, perché sai di essere stato amato”.

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