Fanfiction

If it’s the end of the world? Let’s party

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Natasha non era un tipo da rimpianti e Tony lo sapeva, ma sapeva anche che era cambiata molto dal loro primo incontro.
Nessuno poteva dire di conoscerla davvero, ma da dopo Sokovia forse era una delle persone ad apprezzarla di più, perché forse era l’unica della loro incasinata squadra a fare davvero uno sforzo per andare avanti, anche se quest’ultimo veniva puntualmente frustrato da un destino crudele che la condannava al dolore e alla solitudine.
Non aveva mai capito troppo Bruce, ma forse era perché i sentimenti non erano esattamente qualcosa di cui si potesse diventare esperti in una notte.
Non ci era diventato esperto in una vita, figuriamoci cosa poteva pensare di saperne ora che lei era lì col mascara colato, le labbra morsicate a sangue e i polsi pieni di graffi.
“Non vuoi sapere come ci imponevano di punirci” sussurrò solo.
No, davvero, non capiva Bruce.
La fece entrare senza proferire parola e la sua testa rievocò una festa di compleanno e una donna sorridente e felice.
Non l’aveva più vista sorridere a quel modo.
In realtà chi sapeva come facesse a sorridere Natasha? Nessuno.
Steve l’aveva addirittura baciata.
Eppure piangeva davanti a lui.
Per quello che il cervello gli suggeriva era una cosa importante e seria.
Gli pareva piccola, smarrita, addolorata e imbarazzata.
Non sapendo come reagire si fece guidare dal proprio istinto e l’abbracciò nonostante puzzasse ancora di saldatura, quindi di bruciato e di sudore.
Era piccola, ben più piccola di quanto immaginava lui e se ne accorse stringendola a sè.
Non aveva mai avuto un gatto, ma se lo avesse avuto e avesse potuto tenerlo in braccio avrebbe avuto più o meno la medesima idea.
Come poteva aiutarla? Perché era venuta da luI?
La fece accomodare in salotto.
Le offrì un’acqua tonica, sapeva che le piacevano i saporti forti e in ogni caso i sapori forti aiutavano nei momenti no.
“Non è una buona serata” disse deglutendo “mi dispiace di averti disturbato…stavi lavorando”.
Lei lo conosceva, non l’aveva nemmeno guardato e sapeva che stava lavorando.
Come faceva?
“Non è così importante ” rispose agitando una mano “non se la piccola stella del Bolshoi piange alla mia porta” disse tranquillo “la principessa ha perso le scarpine da ballo?”
Gli tirò un calcio.
Se lo era meritato.
“Non riesco a capire dove ho sbagliato con Bruce”.
Ah, ecco.
Era successo cinque mesi prima, ma era il primo amore vero di Natasha.
Tentò di pensare a qualcosa di utile da dire in caso qualcuno gli avesse portato via Pepper.
Sorprendentemente riuscì solo a figurarsi nelle stesse condizioni della spia, si somigliavano in un modo semplicemente insospettabile e si erano sempre trovati piuttosto affini senza fatica.
Non che avessero difficoltà a ingranare con gli altri membri degli Avengers, ma…era diverso: non parlavano quasi mai direttamente, eppure nei momenti di bisogno Natasha era la prima a proteggerlo come la prima a dirgli esattamente quel che aveva bisogno di sentirsi dire anche se era duro, difficile e qualche volta crudele.
Natasha era quello che nessuno sapeva fare eppure lei dimostrava che era possibile realizzare: vivere a dispetto di tutto, per fare dispetto al mondo intero.
Tony aveva letto il file che lei aveva messo su Internet e da dopo i giochini di Wanda era quasi sicuro che lei non lo avesse fatto.
Ma non gli importava granché, specie perché davvero, non capiva Bruce pur sforzandosi, non riusciva nemmeno ad accetttare la sua decisione.
Aveva abbandonato anche lui.
“Nemmeno io, perché penso tu non abbia sbagliato affatto” allargò le mani “insomma, io sono un cretino, ma quando uno trova una donna come te o Pepper, non la molla nemmeno da morto” rispose “capisco perché se ne è andato, ma non … insomma, stavamo provando a risolvere le cose in tre” sbottò “non sono infallibile, ma stava funzionando”.
Natasha annuì coprendosi la bocca con una mano, prese un sorso d’acqua tonica.
“Vorrei che tornasse, con ogni fibra del mio essere”.
“Anche io vorrei che tornasse Pepper” ammise Stark “ma non possiamo farci niente se loro non decidono di tornare”.
Dio, come suonava falso e paternalstico.
“Stai davvero cercando di smettere di bere?” domandò deviando improvvisamente discorso.
“Oh, ci tento ogni volta che vedo una bottiglia, peccato che non sappia come si fa esattamente”.
Natasha rise improvvisamente.
“Sì, sono un ottimo contaballe” rispose Tony divertito “l’ultima volta che abbiamo bevuto qualcosa era una festa”.
“Rischiavi di morire anche lì” gli ricordò la Romanoff .
Il parlare di lavoro le stava bene, evitare le cose le stava bene.
Stava bene a Stark.
“Rischio di morire anche ora, teoricamente”le fece presente “ma ehy, è un whiskey sopra i dieci che ho bevuto due ore fa, ma cosa dobbiamo farci? Di qualcosa bisogna pur morire”.
La rossa scosse il capo.
Anthony aveva quel potere particolare di farti sentire considerato e non giudicato.
Il mondo andava avanti e Iron Man restava uguale a sè stesso, Natasha la trovava una cosa sorprendentemente buona.
Iron Man accese lo stereo.
Ironia della sorte, Jarvis decise di far partire un brano particolare.
“Ti va di ballare?” propose di getto la Romanoff.
“Sicura di non averlo tu l’alcool?”
Tese la mano segnata, in uno dei suoi tipici cambi d’umore.
Non che avesse smesso di soffrire, era che vedeva un’alternativa.
Tony mise gù gli alcolici.
Dopotutto era un ballo con la miglior ballerina del mondo.
Come poteva rifiutare?

-Smash the chandelier to smithereens
Who knew that mercury could rise so fast
Enjoy the party ‘cause this is our last

If you could look into the future, would ya?
if you could see it, would you even want to? –

Era soltanto un lento, ma Natasha era stretta a lui, ora rilassata e probabilmente il lampadario lo aveva già rotto a casa sua in un attacco di frustrazione.
Natasha che aveva un buon profumo, gli occhi chiari e grandi da bambina, un corpo da donna perfetta e sono troppo vicini per ignorarsi, loro che si erano sempre accuratamente evitati.
Ed era la loro ultima festa, si era detta la Romanoff la volta precedente.
Ora volteggiava leggiadra per il salotto di Tony coi capelli in disordine e il trucco sbavato.
Si sentì bellissima e sentì di star mentendo a sè stessa.
Non le importava, aveva bisogno di quella bugia anestetizzante.
Probabilmente entrambi, potendo vedere il futuro, avrebbero cancellato tutto pur di poter fare quello che desideravano quella notte.

-raise your glass kings and queens-

Dimenticare.
In realtà ogni volta che si incontravano volevano solo disperatamente dimenticare.
E se magari si fossero guardati in faccia un po’ prima avrebbero avuto anche qualcosa da ricordare.
Ma ormai era tardi, la festa era agli sgoccioli, stava scoccando la mezzanotte di Cenerentola e la canzone si stava esaurendo.
Natasha si lasciò cadere sul divano.
Adesso sorrideva.
Cenerentola pareva non avere nessuna intenzione di andarsene.
“Ti spiace se resto?”
“Cenerentola di solito dopo il ballo se ne va”.
“Sono nel castello sbagliato?” domandò tranquilla.
“No, ma proprio per questo… dove vorresti essere?” le chiese.
“A una festa di compleanno di qualche anno fa” rispose la rossa sfilandosi qualcosa dalla tasca.
“Tu e Bruce fate gli anni lo stesso giorno” sussurrò lanciandogli un pacchettino.
Tony sapeva che scena stava aspettando la spia.
Aprire o ignorare il regalo?
Era una scelta importante, ora che erano soli.
Era una scena già vissuta.
Scartò il pacchetto e rimase sorpreso.
Natasha era riuscita a ricordarsi di un particolare tipo di computer progettato da un’equipe sovietica che avrebbe potuto notevolmente semplificare il suo lavoro.
Ovviamente lei non ne capiva troppo, ma si era ricordata semplicemente il modello e aveva fatto un ordine a un paio di amici.
Non aveva nemmeno dato segno di averlo ascoltato quando aveva citato quel processore particolare.
Guardò la ricevuta e pensò che forse Natasha non capiva tante cose del suo lavoro, ma capiva molto di lui pur non parlando.
Sorrise e sentì inumidirsi gli occhi.
“Un altro ballo, principessa?” domandò lasciando la ricevuta sul tavolo.
“Quando vuoi, Kit”.
Stark scosse il capo divertito.
Si stavano comportando da bambini di dodici anni ma era…rilassante, positivo.
Annullava le distanze, talvolta, il dolore.
Il gioco aiuta bambini e adulti.
Finirono di nuovo abbracciati sul divano alla seconda canzone.
“Resta quanto ti pare, questo castello è troppo grande per me”.
“Sicuro?”
“Sì”.
Sorrisero e ridacchiarono.
Sapevano di non poter far finta che andava tutto bene per sempre.
Però in quel momento le ferite bruciavano meno, i ricordi faceno meno male.
Era bello, Tony.
Nel senso più ampio del termine.
Natasha era pura, ma nel senso più infantile nel termine.
Che fosse quella la loro fiaba? Una versione moderna e quasi sporca di Cinderella? Cosa potevano fare di diverso?
La loro festa erano delle canzoni a mezza voce con acqua tonica e whiskey in sottofondo.
Perchè faceva male essere soli, ne faceva un po’ meno essere soli in compagnia.
Nessuno chiedeva niente, nessuno voleva sapere meno di quanto si diceva.
Erano a una festa, non stava bene.
Si abbracciarono.
Natasha non era un tipo da rimpianti e Tony non era un tipo da feste di compleanno.
Finché erano le loro.
Rimasero stretti così, senza dire niente.
Sarebbero arrivate altre brutte notizie, sarebbe finito ancora il mondo e sarebbero stati fatti altri sbagli indipendentemente dal futuro mentre tutti rischiavano di morire.
Ma finché loro due erano al mondo, tanto valeva fare festa.}

-If it’s the end of the world let’s party
Like it’s the end of the world let’s party
Wrap your arms around everybody
If we’re all gonna die let’s party –

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