Fanfiction

My favourite hero

Media_Militia_-_Watercolors_volume_2_23

“Dovrebbe davvero trovare qualcuno che tiene alla sua salute e si prenda cura di lei”.
“Jarvis, ne abbiamo già parlato e davvero, no”ribatte secca una donna all’affermazione della A.I più famosa fra quelle di proprietà di Tony Stark “non torno a fare l’avvocato per lui nemmeno se mi pagasse oro, sono francamente stufa di essere considerata solo quando mi muore il fidanzato o indosso una gonna molto corta” specifica versandosi un drink dal minibar di Iron Man.
“Quindi perché è qui?” domandò garbatamente curiosa la voce “sta cercando un lavoro o sta cercando qualcuno?”
“Tutte e due le cose, in realtà” rispose la rossa dopo essersi seduta con le gambe accavallate sul divanetto “ma no, non torno in questo buco infernale di isteriche e spostati sociali a cui devo anche insegnare ad allacciarsi le scarpe, fra poco”.
“Eh, allora capirà la mia situazione, io ci convivo da anni… sa che mi ricorda un’altra persona?”
“No, ma davvero? Chi?” chiese curiosa la spia agitando leggermente il bicchiere con un movimento del polso.
“Peggy Carter aveva la sua stessa arroganza ma non la sua stessa umiltà nel riconoscere un errore” spiegò Jarvis “e le mancavano i capelli rossi, ma questo volendo era un dettaglio rimediabile”.
“E’ un modo carino per dire che quando eri vivo ti sei fatto la fidanzatina d’America, Jarvis?”
“Quanto siete sgarbata”.
La russa alzò gli occhi e buttò giù un sorso di alcoolico che le bruciò la gola.
“Dovresti esserci abituato, io sono la versione simpatica della metà dei problemi della gente in questa torre”.
La voce artificiale si zittì un attimo.
“In realtà credo che con l’andare degli anni lei sia diventata la versione garbata del mio padrone” affermò il maggiordomo virtuale “ma il mio padrone disgraziatamente è troppo…orgoglioso o egocentrico, per riconoscere che in lei potrebbe vedere una vera amica e non un valido sostituto di una qualsiasi prostituta in assenza di miss Potts, che sappiamo tutti non tornerà mai più a deliziarci con le sue crisi di nervi”.
Natasha rise e scosse il capo:”Dillo pure che il tuo padrone è arrogante e ignorante quanto la Carter, non sarò io a farti licenziare”.
Se fosse stato umano in quel momento avrebbe sospirato certamente di preoccupazione.
“Piuttosto, da Sokovia, è …cambiato, mi duole riconoscerlo”.
Ecco, quello le interessava.
“Si è chiuso in sè stesso e nelle paure che la sua mente espone alla luce del sole per tormentarlo da quando ha conosciuto quella signorina Maximoff e non è propriamente… paranoico, ma è terrorizzato da qualcosa ed è palese. Penso sia la paura di aver perso definitivamente la vostra fiducia, ma infilarsi nella testa di uno Stark e uscirne lucidi è ormai un’impresa più per lei che per me” ammise la A.I.
La Romanoff studiò il bicchiere.
“Perché pensi che io possa riuscirci?”
“Perché lei è l’unica donna che il signor Stark non ha mai avuto” ribattè pacato Jarvis “e perché è l’unica in grado di rimetterlo al suo posto quando esagera… in ogni senso” aggiunse “quinta porta sulla destra uscita da qui, miss”.
Natasha era una delle poche persone al mondo a ricordare a memoria la pianta completa degli uffici delle Industries.
Sala riunioni.
Si rimise la felpa chiara sulle spalle e si avviò dove indicato da Jarvis.
“E’ qui per un lavoro?”domandò una distratta voce maschile il cui proprietario studiava distrattamente delle carte.
“Sono qui perché il tuo maggiordomo sembra che sia l’unico a cui importi di te, e il tuo maggiordomo e’ una scatoletta di circuiti da qualche parte in questa torre” si sedette.
“Natasha?”.
“Un passo avanti,almeno saltiamo i formalismi”ribatté lei”quindi no,non sono qui per un lavoro anche perché lavorare per te fa piuttosto schifo”.
“Non ti lamentavi dello stipendio,però,mi pare”replicò Iron Man piccato.
“Il che non vuol dire che non avessi voglia di prenderti a ceffoni ogni volta che aprivi bocca,come in questo caso…che succede? Perché Jarvis ha mandato me a tirarti fuori dalla tua testa? Non é mai stato compito mio”.
“Nemmeno suo,se e’ per questo…sarà da riprogrammare”.
“Jarvis ha centrato il punto,dunque e quindi cosa ti spaventa davvero?”domandò diretta la Romanoff.
Perché lei? Fra tutti,perché gli toccava la perfettina rompipalle so-tutto-io? Perché la psicopatica assassina con difficoltà sociali?
Cosa aveva fatto di male?
Perché sembrava cavarsela sempre meglio di lui,alla fine? Perché ci stava pensando? Era ridicolo.
“Te ne importa davvero qualcosa? Non mi hai mai rivolto direttamente la parola da quando hai smesso di lavorare per me,molto poco …cordiale?”scattò il moro.
“Ho preferito fare un passo indietro da quando Pepper mi ha detto cosa provava per te,se poi voi siete riusciti a mandare tutto a puttane non é una mia responsabilità”.
Vero.
Eccola,la so-tutto-io.
“E ogni tanto chiedere aiuto non guasta,pensavo fossimo amici prima che una squadra…cosa hai visto quando Wanda ti ha manipolato?”
Di sicuro la mente di Natasha stava già facendo tutta una serie di valutazioni da spia che avrebbero contribuito a farlo stare ancora peggio.
Però doveva rispondere.
“Vi ho visti tutti morti e la colpa era mia”.
Ovviamente lei non mostrò alcuna sorpresa. Chissà perché non la smuoveva mai nulla dal suo piedistallo,a parte Banner. Bruce,ecco. Forse era ora di guardare in faccia alle cose e dire che era suo il vuoto più grande nella vita di Tony e Tony per quel vuoto aveva iniziato a bere. Per la rassegnazione al fatto che le persone che amava se ne andavano sempre. Così si era nascosto dietro il sarcasmo. Quando il sarcasmo aveva smesso di funzionare si era celato dietro l’alcool e la sua genialità. Quando l’essere genio non era più bastato gli era rimasto il vuoto apatico della routine e la rabbia. Tony era ancora piccolo e si arrabbiava con chi lo abbandonava,perché lui voleva condividere,lui voleva esprimersi in ogni modo possibile ed essere apprezzato per questo. Anthony Edward Stark aveva bisogno di calore e qualcuno che gliene desse tanto. O forse di qualcuno che affrontasse a muso duro i problemi con lui e non abbandonasse quel suo lato squisitamente infantile davanti ai mostri della sua mente,perché era sicuro che se lo sarebbero mangiato presto. Lui non voleva essere mangiato,proprio no:”Lo so che anche a te manca Bruce”disse solo stando davanti a lui sulla poltrona in pelle scura. Si era morsa il labbro e lo aveva detto senza guardarlo. Forse anche la dura e imperscrutabile Natasha aveva paura di essere mangiata dai cattivi e dalle voci nella sua mente. Però Natasha non scappava. Natasha tornava indietro e con la testardaggine propria di chi non ha più niente da perdere tornava indietro a riportare lui e gli altri sulla retta via. Lei era la colla che li teneva insieme e non era certamente un ruolo comodo:sempre prima gli altri,sempre in silenzio e sempre a manovrare nel buio i destini altrui senza curarsi del proprio. Quanto era forte la piccola russa? Chi era davvero? Poteva osare chiederlo o doveva temere un’altra delusione?
Lui la vedeva bella. Dio,che pensiero banale per un genio che aveva davanti un capolavoro dell’arte estetica: era la donna perfetta ma avvelenata nell’anima come ogni Romanoff degno di tale cognome era stato. Era orfana esattamente come lui. Forte. Lui non lo era,aveva bisogno che Pepper gli ricordasse persino i pasti essenziali perché perdeva facilmente la cognizione del tempo. Però Pepper non c’era. Non che contasse ormai il numero di pasti che aveva saltato,si nutriva solo quando sentiva di star per crollare perché davvero non gliene fregava niente. Si sentì improvvisamente stanco e debole. La russa aveva scavalcato la scrivania e ci si era seduta sopra.Gli bruciavano gli occhi,li sentiva rossi e irritati. Non capiva perché aveva voglia di piangere. Aveva deluso soprattutto sé stesso. Quando lei lo abbracciò scoprì che la parte peggiore era il primo singhiozzo che gli uscì duro ,gutturale,faticoso.
Natasha Romanoff lo tenne stretto a sé con pazienza e attese con naturalezza che lo sfogo emotivo cessasse. Era davvero l’unica a poterli tirare fuori dalle loro teste. Con Bruce si era arresa ma con lui e gli altri no. Faceva bene? Lui non lo pensava,ma dei,quel bruciore nella gola e nei polmoni parlava per dargli torto. Aveva bisogno di lei. Di qualcuno che gli dicesse che se anche era uno stramaledetto imbecille folle autolesionista,qualcuno lo amava proprio e specificatamente per quello. Che aveva ancora degli amici. Tony voleva bene ai suoi amici,voleva bene a Natasha e la odiava per ricordargli con quanta puntualità fosse un uomo in armatura e non l’armatura stessa. La Romanoff gli aveva dato un bacio sulla testa come si fa per calmare un bambino che si é sbucciato un ginocchio e lo aveva tenuto stretto a sé in quel modo che all’apparenza niente aveva di caloroso o affettuoso e invece alla rossa costava tanto impegno. Pianse per Bruce,perché faceva ancora male,che cazzo! Pianse perché la solitudine non gli piaceva,anzi la oidava proprio! Pianse perché se avesse dato retta a Bruce ora lei starebbe abbracciando un uomo che la meritava davvero. Non era un oggetto,piantala Tony!
Natasha era viva e forte e stava dicendo qualcosa che forse era meglio ascoltare. Non si era nemmeno accorto che stesse squillando il telefono. “Sono l’avvocato del signor Stark”la guardò annuire “si,le farà avere i documenti,buona giornata a lei” e tirò il telefono dalla finestra . Gli aveva tenuto una mano ad accarezzargli distrattamente la schiena,assorta …Pepper non lo faceva. Pepper non era un tipo romantico.
In realtà non pensava che la Romanoff lo fosse, ma lui lo era anche se spesso dimenticava anniversari e compleanni o feste particolari. Era un gesto intimo,confidenziale,libero,di una persona che si sentiva bene in sua compagnia.
Osò alzare lo sguardo e vide un paio di occhi verdi lucidi come specchi e resi vividi da un velo di lacrime che lui sapeva non sarebbero mai scese. Perché lei non poteva permettersi di essere qualcuno di umano e debole. Di sentimentale sino a quel punto. Clint poteva esserlo. Bruce anche. Lui forse. Lei no. Guidato dal suo profetico istinto per le idiozie ne fece una e grossa. Le prese una mano e la fece scivolare su di sé. La vide inserire le gambe nei buchi dei braccioli della sedia e aderire a lui. Il suo mondo ora era rosso e verde. Strani colori ma piacevoli. Le mise le mani sulla schiena. In un’altra situazione ci avrebbe fatto sesso senza pensarci,ma non era lì per quello.
La abbracciò e lo fece nel modo goffo in cui un nerd abbraccia la ragazza più bella della scuola che ha bisogno di una coccola. Fu lei a baciarlo e a scusarsi.

Si scusò con un sorriso esitante. Si scusò per essere stata assente per Bruce. Si scusó per aver fallito con Bruce e per non aver accettato un regalo tanto tempo fa. Si stava davvero scusando per essere la miglior cosa che fosse capitata a Tony Stark? Si stava davvero dichiarando colpevole di essere l’unica sufficientemente complessata e testarda da farlo sentire amato. Si sentiva così e non c’era bisogno di dirlo perché la rossa era brava in quel genere di cosa.Può sapere cosa sta cercando nella tasca? Ah,conosce quel pacchetto che gli procura una stilettata al cuore. Ma la fissa aprirlo. “Quindi resti?”domandò indeciso su cosa fosse la cosa più interessante che aveva davanti. “Nemmeno Steve mi ha chiamata dopo il funerale di Bruce”rispose a una domanda mai posta”ho ancora le tue tre chiamate sul telefono e…”si fermò dallo scartare l’oggetto che aveva fra le mani affusolate. Tremava leggermente.
“Ho pensato di richiamarti,te lo giuro”disse senza guardarlo “ma non… Non avrei saputo cosa dirti”confessò sorrise e fece sparire subito il sorriso mascherandolo con una smorfia “non è il genere di cosa in cui sono brava”dichiarò “sono brava in molte cose , ma non a capire la gente”si scusò e studiò il regalo “erano belli questi occhiali da sole,avresti dovuto metterli”.
“Tienili”.
“Ti serve ancora un avvocato?”
“Mi servirebbe un’amica”.
“Sono qui entrambe”.

Si infilò gli occhiali da sole, le stavano ancora meglio di quanto immaginasse.
“Sei bella” disse innocentemente.
“E tu candido” rispose la russa con quel suo accento duro e marcato come i tratti del suo viso.
Era la prima volta che sentiva addirittura la vera voce di Natasha Romanoff.
Quanto in profondità si era nascosta per proteggere gli altri da sè stessa?
Risero, perché era tutto troppo surreale.
“Mi prometti di non dire a Jarvis che aveva ragione?” chiese Nat sorridendo mentre faceva combaciare le punte dei loro nasi.
Era ancora sopra di lui e non gli importava niente, l’avrebbe voluta sempre lì.
L’aveva vista con Bruce e forse quella davanti a lui era una persona del tutto nuova.
Una nuova Natasha Romanoff.
Aveva una bella voce, dura e un po’ sporca.
Aveva un bel sorriso, uno di quelli pericolosi.
Aveva soprattutto una bella anima, quella di chi si ferma ad aspettare chi resta indietro e fa di tutto per aiutarlo a terminare il suo percorso.
Un’anima di chi sa prendersi cura degli altri.
“Prometto se tu prometti di non mandarmi all’inferno per non averti richiamato più spesso, dolcezza” decise “ti devo una festa” aggiunse di scatto “ti va?”
“Se nel frattempo accetti un pranzo, una doccia e magari un drink” propose la Romanoff.
“Direi che ne ho proprio bisogno, sto giro” ammise Tony “prego” le indicò il minibar mentre si infilava sotto la doccia e poi si faceva la barba.
“Sai che non è molto professionale far bere il tuo avvocato?” lo informò la Romanoff divertita mentre lo aspettava.
“Neanche che il mio avvocato mi baci è professionale, ma non sono il tipo che indugia sui formalismi, dolcezza, lo sai”commentò ironico uscendo perfettamente rivestito.
“E sarà anche ora che ti rimetti in forma, Stark” lo informò studiandolo critica.
“Potresti smetterla di fissarmi il sedere così tanto esplicitamente?”chiese allegro lui “non sarebbe troppo sfacciato per due amici?”.
La vide ghignare e decise che non gli importava.
La vide avvicinarsi e decise che non avrebbe più detto niente di niente sul suo avvocato.
Si trovò per terra esattamente come era successo a Happy.
“Ringrazia che io sia di umore straordinariamente positivo perché altrimenti avrei picchiato più duro” gli disse entusiasta come una bambina al Lunapark “cosa che per inciso non mi dispiacerebbe affatto, ma fisso quello che voglio come tu stai fissando da quindici minuti la mia scollatura,playboy e te lo lascio fare senza conseguenze”.
“Perché?”
“Perché so chi sono, so di essere meravigliosamente affascinante e so che tu muori dietro a qualsiasi cosa abbia un paio di tette, tesoro, ma come le mie fidati che non le trovi”.
Stark rise fino a piegarsi in due sul pavimento.
Dei, se Natasha gli faceva bene.
Aveva un umorismo tutto maschile, un modo contorto di ragionare e una maniera complessa di pensare.
Jarvis aveva ragione su tutto e torto su una cosa, pensò Nat mentre lo accompagnava fuori dalla Tower fino alla sua macchina diretta con lui chissà verso quale follia in un bar del centro.
Lei non era assolutamente garbata.
Aveva i suoi modi, i suoi tempi e la sua storia, ma nessun garbo o riserva particolare.
A parte per l’uomo che stava guidando a velocità folle per New York.
Ne avrebbe sempre avuto cura perché era il suo miglior cliente e il peggior super eroe della storia, decise mentre si fecero servire il pranzo e un paio di cocktail.
Ma era il suo migliore amico e come essere umano valeva molto più di tutto il resto,nonostante molto probabilmente le avrebbe fatto trascorrere almeno dieci mesi su dodici in tribunale pretendendo di difendersi da solo in cause per motivi assurdi e vincendo anche.
Nonostante sarebbe stato l’esatto motivo per cui sarebbe morta di cirrosi epatica, altro che la vodka di cui si preoccupava Clint.
Ma ehy, mai si dica che se Natasha Romanoff diceva qualcosa non la manteneva! Non avrebbe mai più lavorato per Stark, mai e… quando glielo chiese esplicitamente le sfuggì il sì più sincero della sua vita.
Ne era già pentita, ma cosa doveva farci? Gli diede un calcio da sotto il tavolo.
“E questo per cos’era? Il cameriere non mi ha ancora fatto causa!” protestò Iron Man.
“Solo perché ho la felpa allacciata stretta” ribattè lei “quindi scusati prima di farmi iniziare a lavorare senza contratto”.
Risero.
“Sei la migliore” ammise “ma non dire a Jarvis che l’ho detto, e nemmeno a Steve” chiese divertito.
“Per un amico questo e altro…” ridacchiò la Romanoff “ora però scusati col cameriere per aver insultato i suoi antenati fino alla terza generazione e piantala, o quando rientriamo ti massacro,s ul ring”.
“Dolcezza, basta chiedere!”.
Si prospettavano giorni lunghi per i nervi di Natasha e per il recupero di Tony, ma chissà perché ora credevano entrambi di avere qualcosa di nuovo per cui combattere, nato in modo inaspettato e non per questo meno gradito.
Si chiamava amicizia.
E dato che nessuno dei due voleva restare solo oltre certi limiti, se la tennero stretta.
Perché a volte, ci vuole più coraggio e più forza ad ammettere di essere umani e imperfetti e aver bisogno di aiuto, piuttosto che trincerarsi dietro una maschera e farsi lentamente uccidere da essa.
E Nat era bravissima a togliere le maschere delle persone, soprattutto quelle di Tony, pareva.
Quando rientrarono Jarvis li accolse con un motivetto allegro negli uffici e luci rilassanti e piacevoli.
“A cosa dobbiamo questa euforia, Jarvis?” domandò la Romanoff.
“Lo sa”
“Oh no,non lo dirò mai” rispose lei piccata incrociando le braccia.
“Su, avanti! Dica solo che avevo ragione” insistette la A.I.
“No”.
“Suvvia, una donna di classe riconosce anche di aver torto”.
“Se tu riconosci di esserti portato a letto Peggy”.
“Ok”.
La rossa alzò gli occhi al cielo e sbuffò fra i denti:”Avevi ragione, contento? La prossima volta ti prendo a martellate, stupido maggiordomo”.
Si sentì ridere il maggiordomo.
Era bello essere lì, erano tutti di nuovo salvi, al sicuro e pronti per ripartire all’avventura, finché sarebbe durato.
Il mondo di Stark aveva due nuovi colori particolari, quello di Natasha un paio di nuovi drink in più.
Non era male essere amici, no?
Aveva tirato fuori Tony dalla sua testa restando lucida, era davvero un’impresa.
Tony era uscito dalla sua testa, che era davvero un’impresa erculea per lui.
Cosa potevano chiedere di più?
Tony aveva un’idea.
“Ti va una gara di sbronze?”
“Perderai, lo sai, si?”
“Voglio vederti ubriaca a costo di fare un trapianto domani”.
“Sfida accettata”.
E persa, ovviamente, da Iron Man che stava ridendo a crepapelle con la Romanoff sul divano del salotto senza nessun ritegno mentre lei col suo guanto sulla mano aveva distrutto un orrendo tavolino cinese e poi se l’era tolto.
Le sfilò gli occhiali di Pepper, si addormentarono sul divano.
Dopotutto erano amici, no? E gli amici piangono e ridono insieme, nonostante a volte abbiano bisogno di qualche piccolo aiuto per capire di esserlo.
Natasha aveva quel magico potere di far davvero di tutto per tenerli insieme e non poteva che essere grato di questo, perché forse era ciò di cui un inventore miliardario paranoico alcolista e con tendenza all’isolamento aveva bisogno: semplicemente, un’amica.
E la sua amica era particolarmente brava a cacciare i mostri nella sua testa.
Stavolta era sicuro che non si sarebbero abbandonati.
E lo era anche lei.
Gli amici non lo fanno, vanno solo
via per un lavoro e tornano, vanno solo via per una gita e rientrano, partono e salutano.
Ma tornano.
E Nat era rimasta lì per tutti i giorni a venire senza dire o chiedere niente.
Si sentì un po’ meno male, un po’ meno solo.
La guardò dormire e le accarezzò i capelli rosso vivo:”Grazie per avermi salvato dai mostri, principessa, io da solo avevo perso” sussurrò “sei il mio eroe preferito”.

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