Challenge e iniziative · Fanfiction

Lust-L’avvocato del diavolo

Senza titolo-1Il sesso probabilmente era il cardine intorno al quale aveva ruotato gran parte della sua vita molto a lungo.Era un miliardario, poteva permetterselo anche nello spiacevole caso non avesse avuto lo charme che lo caratterizzava o il corpo che si era guadagnato in anni di allenamento e lavoro.
Dall’esterno, chiunque avrebbe detto che non gli mancava nulla e lui stesso lo aveva pensato per anni mettendo al bando ogni moralismo che riteneva e riterrà sempre francamente ridicolo: poteva divertirsi con ogni persona del pianeta e quella stessa persona anche se abbandonata e dimenticata non appena sorto il sole, non appena aperti gli occhi e congedata con una battuta secca al sapore di whiskey e quella persona si sarebbe sempre ritenuta grata di un trattamento che altri avrebbero definito meschino.
Sapeva che non avrebbe potuto funzionare sempre così perché lui era un playboy ma dietro i suoi istinti più bassi connessi a quella che un perbenista cattolico avrebbe definito concupiscenza e un appassionato di Dante pura e semplice lussuria, c’era un cervello funzionante e soprattutto un cuore, nonostante gli desse raramente ascolto.Anzi, non lo ascoltava praticamente mai, dovendo essere precisi, poiché si riteneva un razionalista al riparo da brusche virate nella propria vita.Desiderava spesso e volentieri belle donne, anzi bellissime donne che non invadessero però la sua esistenza chiedendogli un impegno più arduo del necessario.
Era anche disposto a pagarle, ma di sentimenti non voleva sentirne parlare.E di sentimenti non aveva parlato nemmeno il suo io molto molto a lungo fino a quando non aveva visto lei.Il primo sentimento che gli aveva fatto provare, la piccola stronza dai capelli rossi, era stato la frustrazione: perché era bella, intelligente, sarcastica, colta, raffinata, con un corpo che gridava sesso da ogni poro pur indossando un abitino da segretaria.
Di lui, proprio non voleva saperne niente di niente e anzi, da come si comportava pareva che semplicemente lui le causasse a più riprese moti di saccente e snobistico disgusto.
E noia.
Lei squadrava non aveva ben capito in base a quale qualifica, il mondo dall’alto in basso e lui probabilmente sapeva che non avrebbe avuto più che quel genere di sguardo e parole taglienti da lei.Perché poi lui si era detto innamorato della sua segretaria a cui faceva una corte sfrenata e insistente -vantaggi di essere ricchi- e lei lo osservava con quegli occhi distanti, verdi, chiari.Aveva gli occhi della neve, ma non per questo candidi, anzi: erano occhi critici e freddi, quelli che un perverso gioco di genetica aveva abbinato a un paio di labbra peccaminose come un petalo di rosa intinto nella cioccolata.Solo a quel pensiero, si leccò istintivamente le labbra mentre nelle sua mente si formava l’immagine di un petalo sporco di caramello che solleticava vezzosamente le sue labbra carnose, scendendo poi sempre più giù e lei che si leccava il labbro inferiore…
Si rese conto di aver bisogno di aria poco prima che la sua segretaria entrasse a proporgli una serie di documenti da revisionare.
Poteva mentirle? Celarle il fatto che nonostante tutto, lui guardava con la rabbia del bambino capriccioso a quell’avvocato -del diavolo, perché solo il diavolo avrebbe potuto mandargliene uno così …complicato! E attraente, o forse era il miracolo di quando prendevi la laurea in legge? Non lo avrebbe mai saputo- che di lui non voleva saperne niente? Certo che poteva. Perché il suo cuore,o quello che a distanza di anni sarebbe rimasto, cioè nulla, indirizzarlo in modo sempre tanto ambivalente? Non era una persona malvagia, ma avevano entrambe i capelli rossi.
E una, di lui non voleva saperne niente.
Ora il gioco era provare a farle cambiare idea.

Il secondo sentimento che aveva risvegliato in lei la piccola donna dai capelli rossi, era curiosità.
Era nella sua palestra, lei indossava una gonna a tubino e una camicetta bianca, gli orecchini e portava i lunghi capelli cremisi abbandonati pigramente su una spalla.
Voleva provare qualcosa di diverso, voleva banalmente provocarla. Dio avrebbe dovuto smettere di fare donne tanto sexy e mettergliele davanti, perché davvero lui ci provava a essere una persona seria, ma poi lei gli camminava davanti e la sua donna si eclissava dalla mente.
Lo faceva apposta? Probabilmente, chi capiva davvero una donna che parlava contemporaneamente inglese, russo e latino?
E chissà che altro sapeva fare, fra parentesi.
Quindi le aveva testo quel guanto -letterale- di sfida, l’avvocato aveva rifiutato e per un momento si era detto di aver intravisto in lei qualcosa di totalmente assente.
Poi lei, con le scarpe tacco dieci, era salita sul ring di boxe e aveva abbattuto molto graziosamente la sua guardia del corpo.
Non era un avvocato qualunque.
Ora era davvero curioso.
Si era completamente incantato provando qualcosa a metà fra il terrore, l’ammirazione e il desiderio nel vederla agire.
Forse avrebbe dovuto assumerla come guardia del corpo invece che come avvocato.
O forse avrebbe dovuto consultare uno psicologo, ma l’ultimo che si era ucciso dopo un colloquio con lui non gli faceva credere che fosse una buona idea.
Un attimo, ci stava pensando sul serio?
Probabilmente Pepper lo aspettava da qualche parte per qualche riunione, ormai iniziata da un pezzo, gli suggerì generosamente il cervello per dargli un buon motivo per togliersi dal ring.
Sbuffò e si infilò sotto la doccia: lui lontano dai casini non sapeva restarci.
Quando si incamminò verso lo spogliatoio notò che ora era lei a fissarlo, non sapeva da quanto.
Pareva pacatamente interessata, forse timorosa di aver esagerato con il suo personale bodyguard.
Non gli importava.
Cosa c’era davvero dietro gli occhi di neve del suo avvocato?

Un terzo sentimento, mentre la relazione con la sua segretaria attraversava alti e bassi perché lui si dimenticava a volte perfino di respirare, senza di lei che si occupava quasi maternamente di lui, era il timore.
Era il suo avvocato quella donna dai ricci rossi lunghi come i raggi di Sole quella che stava friggendo gente in un corridoio? Ammirevole, davvero ammirevole, ma l’espressione che aveva negli occhi era terrificante.
Se la morte avesse avuto un viso, doveva essere necessariamente il suo.
Non che gli altri due sentimenti in lui fossero morti, perché lei era sempre lontana, sempre frustrante anche quando risolte le problematiche delle sue industrie, ovvero sciocchezzuole come uno psicopatico che voleva ucciderlo, un torneo di F1 e lui che guidava senza patente, vendita non autorizzata di armi e poco altro, lei era tornata.
Questa volta coi capelli corti, questa volta con un nome forse più vero del solito.
Poteva dimenticarla? No.
Ma il timore era diventato una banale forma di prudenza e la prudenza pagava, solitamente.
Prudente era anche il modo in cui lei si rapportava a lui e ai suoi vizi, difetti e problemi: sgarbato e rudemente diretto, ma prudente.
Ora erano gli Avengers e dovevano saper collaborare, lei sembrava molto abile nel nascondersi.
Chissà se sarebbe mai riuscito a stanarla davvero, a far emergere chi lei era sotto la tuta.
Non che già la pelle sotto la tuta gli dispiacesse.
Poteva indossare qualcosa che mettesse meno alla prova i suoi poveri nervi, la ragazza? No, pareva di no.
Certo, poi fuori dal lavoro si nascondeva in felpe gigantesche e leggins aderenti.
Il suo compito era passare inosservata, il compito di un bravo ingegnere, però, era notare ogni minimo dettaglio.
Si guardavano, squadravano, studiavano con una prudenza ora nuova dato che erano allo stesso tavolo dividendo uno shawarma dal sapore a metà fra il disgustoso e il ” a malapena accettabile”.
Non era ancora riuscito a smetterla di trovarla interessante come un rebus irrisolvibile.
“Quando voi due avete finito di guardarvi negli occhi…”.
Oh, avrebbe preso buona nota di uccidere o imbarazzare dolorosamente Capitan America fino alla fine dei suoi giorni.
Con prudenza, smisero di osservarsi e non si rivolsero la parola fino alla fine della serata.

Il quarto sentimento, quello per lui più strano, fu il dolore. Dolore non suscitato direttamente da lei, ma dalla sua assenza.
Lui la desiderava, la bramava e quando non c’era qualcosa nella sua quotidianità diventava un po’ più grigio.
Ora che sapeva chi lei fosse, ora che sapeva cosa era in grado di fare e chi era in grado di essere, volerla e averla erano due verbi che avrebbe saputo coniugare solo all’imperativo.
Lui aveva dovuto distruggere il Mandarino, lei aveva dovuto dare la caccia a un terribile sicario sovietico, il Soldato d’Inverno, un individuo che doveva essere leggenda quanto la Vedova Nera eppure era lì a crearle problemi e a far per gli Avengers da Pomo della Discordia.
Era passata anche Sokovia, ormai la sua segretaria non faceva nemmeno più finta che le importasse cosa lui pensava o di sapere se lui la amava davvero o lo avesse mai fatto.
Erano distanti, gli occhi di Pepper erano diventati di neve, quelli di Natasha erano umidi di lacrime.
Aveva passato settimane a fissare il vuoto e lui a fissare lei in attesa che qualcosa mutasse, che la marea del suo dolore silenzioso cambiasse.
Non era mai stato in gradi di barcamenarsi molto bene, nei sentimenti e quello forse era stato uno dei pochi davvero costanti nella sua vita.
Più lui tentava di tenersi distante dalle sofferenze umane, più queste parevano palesarsi e bussare alla sua porta con intensità a crescente, stavolta nella forma di una donna spezzata dal peso di aver perduto l’uomo che aveva per primo, con un sorriso e un gesto gentile, sciolto la neve nei suoi occhi.
Lui non era capace di quel genere di cose.
Però la desiderava e averla lì nonostante fosse una persona sofferente e pesantemente traumatizzata da una ragazzina -che se, per inciso, gli fosse passata per le mani avrebbe strangolato volentieri- in grado di giocare con le loro menti.
Anche lui risentiva di quel gioco, ma era più bravo a nasconderlo, sembrava.
Le mise gentilmente le mani sulle spalle, sperando di esser diventato una persona responsabile e meno goffa, meno impacciata e meno strategicamente razionale e forse un po’ più libera, ma sapeva che quella visione lo aveva imprigionato in una gabbia di paranoia e insicurezza.
Bruce Banner era la cosa più vicina a un fratello che avrebbe mai potuto avere e nessuno pareva ricordarlo.
A parte lei, la donna dai capelli rossi, il suo avvocato.
“Lo so che fa male anche a te, lo so…” lo aveva abbracciato nel dirlo e si era finalmente girata da quelle stramaledette vetrate.
Non pensava che avrebbe fatto tanto male guardare negli occhi il dolore e addormentarsi con lui accanto.

Era passato tanto tempo dalla morte di Bruce Banner, la spia si era senza chiedersene motivo, iniziato a considerare lui un suo puntello emotivo. Era tornata a essere il suo avvocato e qualcosa che altri avrebbero definito decenza e lui non possedeva assolutamente, avrebbe dovuto impedirgli di desiderarla ancora in quel modo.
Perché lei era riuscita a rifiorire, a tornare coi lunghi capelli rossi, in forma e di nuovo distante da tutto.
Si domandò come una donna del genere potesse non aver mai conosciuto la lussuria in vita sua quando con essa aveva tormentato lui per tanto, davvero tanto.
Che fosse un bislacco scherzo del destino? Probabile. Ora era venuto fuori che lei era quella romantica.
Che lei era quella capace di costruire relazioni vere e profonde, di aggrapparsi agli altri concedendo prima la propria anima che il proprio corpo.
Non capiva perché a lui aveva deciso di concedere entrambi e parecchie volte.
Ogni qualvolta accadeva, difficilmente trovava una spiegazione al proprio appagamento che svaniva non appena si assopiva nel sopore pacifico del post-coito.
La viziava, la coccolava, la curava e senza chiedersi niente.
La riempiva di attenzioni di ogni genere, a letto soprattutto: dovevano venire da lei le condizioni per cui avrebbe potuto soddisfare la propria fame che trovava inspiegabilmente sempre rinnovata nel minuto esatto in cui lei si rivestiva.
Mugugnò pensando che si rivestiva sempre troppo in fretta.
Non era una persona sentimentale, ma era una persona fortemente passionale e i suoi desideri, per una volta, avevano spento il suo cervello dannatamente razionale.
Ma non sarebbe dovuta morire della gente per quello, non si sarebbe dovuto annegare nell’alcool per zittire i fantasmi nella sua – nelle loro- teste.
Forse era ora di accettare che banalmente era umano nel desiderare con più forza ciò che gli era precluso.
E lei sapeva giocare coi suoi desideri, polarizzandoli e piegandoli con un battito di ciglia, una spalla appena scoperta o un trucco un po’ più marcato del solito.
Lei giocava con la sua lussuria, divertendosi. Era un modo per riparare le sue ferite, per sentire meno male, per capire di quale misura poteva davvero andare avanti.
Bruce era stato una tappa importante, ma poteva avere qualcosa di diverso? Era tanto sbagliato desiderare lui sotto gli occhi di Pepper, trasgredire dalla propria missione perché un istinto mai provato prima, ti suggeriva di prendere lui per la collottola, premerlo contro il muro e baciarlo? Era così basso, poi, nei suoi istinti, così vero e semplice da farla ridere, a volte le pareva davvero un bambino.
Era strano il quinto sentimento che avevano scoperto, perché non avrebbero potuto scoprirlo in altro modo che stando insieme.
Andava ben oltre la lussuria, anche se quella e la creatività che ispirava loro, il modo in cui li spingeva a giocare l’uno con l’altro, li faceva stare bene, insieme.
Non avevano idea di quanto sarebbe durato il sentimento che li avrebbe uniti in ciò che si stavano preparando ad affrontare, ma era più importante sapere che li avrebbe aiutati a superarlo: le guerre si vincono e perdono, però superarle è la parte complicata.
Da qualsiasi parte si volturasse la faccenda, era inutile negare che erano complici, quantomeno.
“Ti spiace evitare di fissarmi la scollatura?” chiese Natasha tentando di non ridere.
“Perché? Non sembravi così pudica ieri” rispose Tony.
“Ieri non c’erano cinquanta azionisti a fissarmi contemporaneamente a te” gli fece notare trattenendosi a fatica.
“E’ solo lavoro, non esser permalosa, dolcezza”.
“Ah, quindi mi porti a letto per lavoro?”
“No,ti porto a letto per piacere, per lavoro cerco di non farmi ammazzare da te e ti assicuro che non darti motivi per farlo è difficile, ma sono un bravo bambino”.
L’assemblea rise.
Anche Natasha.
L’assemblea proseguì il proprio lavoro e uscirono tutti dalla sala riunioni.
“Davvero questi siparietti divertono la gente?” domandò Tony perplesso allungando le gambe sotto il tavolo.
“Sembra di sì” convenne lei “vedi, l’errore di Pepper è stato il proibirti di fartene fare, più impedisci a qualcuno di fare quello che vuole, peggio si comporterà”.
“Non sono un represso”.
“Sì, almeno per quel che riguarda il tuo bisogno di attenzione” lo contraddisse la russa servendogli un drink.
“E’ perché sono un bravo bambino?”
“No, perché sono un avvocato meraviglioso!” rispose la Romanoff andandosene “ci vediamo dopo, ok? Cerca di non darmi del lavoro extra almeno per oggi, non posso gestire cause legali anche per le tue sedi in India e Nepal”.
“Perché? Lo so che sei abbastanza brava”.
“Ma non abbastanza ricca, mister Stark, quindi non distruggere il mondo mentre sono in pausa pranzo o niente premio!”
La guardò andare via, diretta verso probabilmente il bar più salutista della città e più sperduto del paese.
Sorrise e allungò le gambe sul tavolo di cristallo dopo essersi tolto le scarpe.
Quello non lo avrebbe mai scoperto, pensò ghignando infantilmente.
Finì il drink.
“Dio benedica l’America, la lussuria e tutto lo schifoso mondo” alzò il bicchiere dopo averlo riempito di nuovo “non so se sono più innamorato di lei o del fatto che vorrebbe uccidermi appena apro bocca, ma a te, dolcezza” rise e tracannò il secondo bicchiere e si alzò “e ora vediamo di non farci uccidere troppo presto, altrimenti farà l’avvocato per un altro e Santo Dio, non posso assolutamente permetterlo!”stabilì alzandosi e tornando in laboratorio con le mani che prudevano dalla voglia di creare qualcosa di nuovo.
Rise ancora.
Pareva che per conquistare una donna fosse necessario farla ridere e per conquistare un uomo avere un bel corpo e un bel sorriso fossero le basi.
Fece una smorfia.
Lui per conquistare una donna l’aveva fatta incazzare.
Lei per un uomo avrebbe volentieri ucciso.
Che ci fosse in realtà Hulk, sotto quella tutina aderente?
Il pensiero gli provocò un’ilarità ancora maggiore: lei si definiva un mostro, ma probabilmente lui non aveva mai conosciuto qualcuno di tanto semplicemente umano e autoironico.
Era iniziata come qualcosa di fine a sé stesso ed era arrivato a quell’imprevedibile, persino per lui, conclusione.
Non gli dispiaceva affatto.
Natasha era rientrata e lo aveva sorpreso nella sua versione più disinvolta e pigra.
“Sono ancora in pausa pranzo, vero?”
Lo stava squadrando a braccia conserte.
“Solo se non è morto nessuno mentre ero via”.
“No, altrimenti qualcuno me lo avrebbe detto, sempre che il colpevole non fossi tu”.
Risero entrambi.
Funzionava, quel meccanismo di humor, alcool e solidarietà.
La russa si era tolta le scarpe e aveva allungato le gambe sullo stesso tavolo.
“Ti assicuro che se avessi ucciso qualcuno lo sapresti e … non lo sapresti mai” strizzò l’occhio “ah, al prossimo che mi chiede se sono innamorata di te gli faccio causa, io ti avviso adesso” bofonchiò servendosi un drink.
“Non lo sei?”
“Cosa?”
“Innamorata di me”.
“Ma certo che lo sono, è più che altro per autoconservazione che non vado in giro a dire i nomi di chi ho amato o amo attualmente, sai… è pericoloso, mister –sono Iron Man, casa mia è aperta!-“
“Non mi ami per la discrezione, quindi”.
“ A quella penso io”.
Brindarono.
“Forse dovremmo smetterla di bere e tu dovresti smetterla di cazzeggiare in laboratorio, ma probabilmente ti amerei la metà se non fossi così”.
“E quindi dovresti uccidermi?”
“Bingo”.
Risero insieme.
Era stato lungo e strano il percorso che avevano condiviso:era difficile immaginare per Natasha di poter essere qualcosa di diverso da un’assassina nata in provetta e per lui era complicato immaginarsi qualcuno di diverso da una persona problematica con il vizio dell’alcool e le battute sgarbate e più o meno sessiste che però la facevano ridere come poche cose al mondo.
“Resisterò dall’indagare sulle prossime dieci notizie del telegiornale solo perché mi piace vivere” ironizzò Tony.
“E’ un piccolo compromesso per poterti restare vicino, non pensi?”.
“Compromesso più che accettabile,dolcezza”assicurò baciandola.
Era ancora un po’ strano,lei di certo che era la più bella trentenne dalla Seconda Guerra mondiale non aveva fretta di sentirsi dire alcunché.
Salvare il mondo,ricordargli gli appuntamenti,impedire di avere cause anche contro venditori di vacche del Nepal e nel frattempo saper recitare orazioni ciceroniane al contrario e salvarlo dal suo autolesionismo alcoolico dovevano essere super poteri concessi con la laurea in legge.
Semplicemente lo guardava e sorrideva,tranquilla.
Che fosse iniziato per Tony Stark un periodo di quella che si poteva definire…tranquillità? Non lo sapeva.
E non gli importava più di tanto,ora era più o meno convinto di poter sopravvivere a qualsiasi cosa con lei accanto.
Era per dare un altro senso ancora alla loro storia,ne avevano bisogno per ricominciare,per poter stare bene. Funzionava pur essendo difficile,pur essendo una storia con alti e bassi e problemi e incubi.
“Sei decisamente l’avvocato del diavolo” rise.
“Perché?”
“Perché incarni ogni peccato capitale possibile e rendi il commetterne  e fondamentale per la mia sanità mentale e non esagero”.
“Fortuna che sei laico”la rossa finì ” drink “se io sono l’avvocato del diavolo tu sei il teologo del diavolo,sai? O il suo confessore”.
“Un ruolo scomodo,pare” riconobbe “ma sono i miei preferiti,i ruoli che nessuno desidera”replicò disinvolto Anthony “perché?”
“Sei in grado di far sembrare ogni peccato orrendamente piacevole e espii per gli altri quello che pensano di aver fatto.”proseguì”e hai tutta una tua idea su cosa siano gli errori che é orridamente contorta e affascinante”rispose Natasha”la pausa pranzo però non è eterna, devo tornare al lavoro e dovresti farlo anche tu, quando ne hai voglia”gli fece garbatamente presente .
“Non pensavo che un teologo avesse bisogno di un avvocato”rifletté Stark.
“Davvero? Il teologo inventa il peccato,l’avvocato la pena”.
“E la mia quale sarà?”chiese malizioso.
Se ne andò facendogli l’occhiolino:”Vedrai”promise “se non indagherai sui prossimi dieci lanci del tg,vedrai”
Tony rise.
Era un pessimo teologo.
Un pessimo uomo.
Un pessimo confessore.
Un pessimo alcolista.
Un pessimo bugiardo.
Ma di sicuro una cosa buona ce l’aveva,pensò guardandola andarsene.
Aveva un avvocato davvero straordinario.

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