Fanfiction

Redamancy

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“Vicedirettore Romanoff? “lesse la targa sulla porta” Non è un po’ pomposo per i tuoi gusti,dolcezza?”domandò Stark sedendosi sulla poltroncina davanti a lui.
“Trovo suoni benissimo,Maria mi ha chiesto una supplenza e io adoro il suo ufficio,quindi mi sono accomodata” riassunse.
“Per me ti piace il potere e anche parecchio”ribatté Stark .
“A tutti piace il potere,se a te invece piacesse ascoltare ti avrei detto di evitare di sederti su quella sedia coi pantaloni bianchi,è sporca di sangue fresco”notò divertita dalla reazione vagamente disgustata del miliardario per la chiazza rossa sul suo vestiario.
“Aspetta,piantala di agitarti come un’aragosta in pentola”lo fermò la Romanoff chinandosi davanti a lui con una penna in mano.
“Sai quanto ho immaginato questa scena?”ironizzò leggero Iron Man.
“Sei qui per lavorare ,non per soddisfare le tue fantasie erotiche “lo rimproverò la spia.
“Mi scusi vicedirettore,non mi permetterò mai più”la scherní allegro”vicedirettore,che ha fatto ai miei pantaloni?”domandò.
Gli porse quella che pensava fosse una penna.
“Ti ho colorato i pantaloni”spiegò tranquilla “te la regalo se vuoi,ora veniamo al motivo per cui ti ho chiesto di essere qui” continuò e gli porse un dossier.
C’erano sopra i nomi dei suoi genitori.
“Non so cosa stia per succedere,ma Steve è insubordinato e se c’è qualcuno che può rifargli funzionare il cervello sei tu” indicò i documenti”lì ci sono le due ragioni per cui ho interrotto la tua preziosa giornata di creativo”.
Erano i nomi di suo padre e sua madre .
Gli tremarono le mani.
Steve Rogers stava nascondendo l’assassino dei suoi genitori.
Deglutì e intascò il pennarello.
“Sono due settimane che cerco di farlo ragionare con ogni garanzia possibile,ma non si fida”guardò la donna davanti a sé allargare le braccia”spero si fidi di te”.
“Altrimenti?”
“Capitan America sarà da uccidere”.
Tony chiuse gli occhi:”Tu perché mi aiuti e perché dovrei fidarmi della regina delle spie che di botto vuole la pace?”.
La rossa non smise di conservare quell’espressione imperscrutabile di calma zen:”Sono stata due mesi in clinica psichiatrica e ho imparato una cosa : quando non c’è scelta è meglio crearsela e io con Rogers ho cercato di farlo,ha rifiutato”raccontò”non è più una responsabilità mia la sua scelta,non lo è mai stata,pensavo che fossimo amici…probabilmente sono stata ingenua,tu sei la sua ultima speranza per Bucky e Steve di uscirne vivi”continuò schiettamente.
Lui probabilmente avrebbe dovuto dimettersi dalle Industries e lasciarle il posto.
Quella donna aveva un polso e un autocontrollo spaventosi,che ammirava. E ora la vedeva al lavoro,la ammirava.
Doveva ripeterlo un’altra volta quanto fosse colpito? Probabile. Era la cosa più rassicurante trovarla ancora lì bella,attraente, sicura di sé e delle sue opzioni .
aveva scelto di fidarsi di lui. La spia che non si fidava di nessuno.
Era importante.
Perchè c’erano ancora due o tre dettagli di cui non avevano mai parlato apertamente pur condividendo la Tower in attesa che Natasha trovasse un appartamento vicino al suo ufficio.
Che tornasse dal suo personale viaggio nell’oltretomba.
“Hai fatto sparire tu Pepper in Arkansas?”
“Si,sapevo che ti avrebbe fatto piacere dell’aiuto e che per riflettere hai bisogno di saperla fuori pericolo”.
“Mi sa che ne servirà uno stelle e strisce di pennarello”.
“Vuoi ucciderlo?”
“Si ucciderà da solo” .
Natasha annuì,amareggiata.
“Farò il possibile perché tu non sia solo, e da qui posso molto”.
Gliene fu istintivamente e prepotentemente grato, al punto da sentire la gola annodarsi insieme allo stomaco.
Uscì dall’ufficio.
Ora aveva licenza di uccidere e il pensiero lo terrorizzava.
Ammirò ancora di più Natasha, che aveva passato Dio solo sa cosa per capire come usare quella licenza, nel buio e nel silenzio, nel sudore e nella fatica, nella solitudine e nell’abbandono, nel freddo e nella razionalità più cruenta.
E sapeva ancora amare, lei chiedeva la pace.
Si scrisse quella parola sulla maglia col pennarello che gli aveva dato.
La loro strana convivenza gli migliorava la giornata e semplificava la vita, anche se non era bravo a riconoscere esattamente quanto.
Desiderò di somigliarle.
Desiderò che se c’era un Dio, avesse avuto la forma di quella donna e la sua esperienza e che potesse guidargli la mano verso la soluzione più innocua.
Non avrebbe voluto dire -giusta-, di giusto c’era poco se era vero quello che c’era nel dossier e sapeva che lo era.
Doveva iniziare il suo lavoro e sperare che niente andasse storto, pur implorando che non finisse con altri incubi, con altri pesi e altri innocenti a far grondare di sangue le sue mani di giorno e la sua mente di notte.
La russa era l’ultima persona di cui si sarebbe potuto e voluto fidare, ma una pulce nell’orecchio gli suggeriva che sarebbe presto rimasta l’unica a cui credere davvero.
Lei non voleva la guerra.
Nemmeno lui.
Allora perché Steve sì?
**
Se le erano date di santa ragione in Africa e detti tutto quello che pensavano, senza rimpianti e compromessi.
Aveva scoperto che però la collaborazione fra lei e Stark funzionava, per qualche ragione assolutamente non aderente alla realtà dei fatti.
Dopo la morte di Bruce lei si era ritirata in una clinica di recupero su indicazione di Maria, che aveva mitemente accettato perché sapeva che a volte non si può fare tutto da soli.
Non era stata male lì, una clinica sulle rive del Nilo, in Africa, con Wanda che le riaggiustava il cervello e le chiacchierate con uno psicologo molto gentile, un veterano di guerra.
Un ragazzo dai grandi occhi blu e la faccia da pescatore, di nome Samuel, lo ricordava ancora bene.
Beveva infusi, si teneva controllata col cibo, sperimentava ricette, aveva persino continuato a studiare da lì prendendo un master in Geologia, era impegnata.
Poi era tornata dallo Shield, in America, con la pelle di un tono lievemente più scuro, ovvero un rosa vagamente vicino al salubre rispetto al consueto pallore.
Lavorò per mantenere quanto ottenuto.
E trovò Stark, semplicemente, impegnato nel solito lavoro che in un’ora le aveva sgombrato un piano della Tower senza nessuna difficoltà particolare e senza farle nemmeno una domanda.
Sapeva per cosa si incolpava, lo sapeva perché era ciò di cui si incolpava lei stessa:Bruce Banner.
Avevano iniziato a trattarsi più civilmente, non ci si può fare la guerra per sempre se si è nella stessa squadra.
E piano piano, la prima cosa in cui Natasha Romanoff si era integrata davvero, diventarono le Industries: impiegata modello, intelletto brillante, ottimo avvocato, spigliata alle conferenze e di buona compagnia alle feste.
Lentamente si instaurarono fra loro le prime abitudini per combattere la solitudine di un posto troppo grande e troppo vuoto: le partite a poker, le battutine, una sigaretta fumata insieme, una birra condivisa, un’improvvisata a cena… Era semplice, senza pretese.
Si cercavano quando avevano bisogno di qualcuno che capisse senza chiedere niente, senza dover per forza parlare.
Stark non era quindi solo un egocentrico narcisista pieno di sè e arrogante, ma era una persona estremamente delicata e questo l’aveva sorpresa, lei rispettava la delicatezza, rispettava la convinzione nei propri mezzi, nei propri ideali.
Pensava che queste fossero peculiarità di Rogers.
Evidentemente si sbagliava.

“Può finire diversamente, possiamo risolverla ancora pacificamente”ripetè per l’ennesima volta .
“Non ti darò Bucky”.
“Non gli farò del male!”ripetè.
“Tu menti” la accusò il Capitano e la colpì.
No, era lui che mentiva, pensò quando lo atterrò e poi neutralizzò Clint.

Riviveva la conversazione in loop nella sua testa, era un qualcosa di claustrofobico.
Stavano ancora combattendo, lei stava sorvegliando Stark, Bucky e Steve da una telecamera, erano finiti in un parcheggio, ora semidistrutto.
Stavano devastando il pianeta e quel modo di agire le confermava che le regole esistevano e dovevano esistere per tutti.
Chiuse gli occhi quando Rogers colpì violentemente Iron Man alla testa, facendolo cadere in ginocchio.
“Non avrei voluto, ma lui è mio amico”.
Quanto poteva restare a guardare? Quanto poteva tollerare che un essere umano ne distruggesse altri per la propria ostinazione? Chi doveva perdere, chi doveva pagare ancora?
Sapeva che gli altri agenti la stavano fissando da ore in attesa di un ordine, di un comando qualsiasi per capire se e come intervenire.
Lei non voleva combattere, lei non voleva che qualcuno si facesse male, lei non voleva che Steve soffrisse.
Il cervello le si scollegò quando sentì Tony implorare per la vita di Pepper, per la propria e per quella …come aveva detto? “Del mio vicedirettore”.
Lo aveva detto in tono fiero, orgoglioso, commosso.
“Anzi, non ho bisogno di implorare per la vita di Natasha, perché spero vi prenda e ve la faccia pagare al mio posto, riservandovi un trattamento completo e non per me, io non conto niente” sputò sangue” ma perchè non bisogna mai deludere una principessa, Capitano, specie se ti ama”.
Natasha non sapeva se avrebbe consegnato qualcuno al suo posto, nei panni di Iron Man.
Si muoveva freneticamente intorno alla scrivania, ribaltò un cassetto e trovò quel che cercava.
Doveva muoversi.
Tony aveva poco tempo.
E aveva pronunciato quelle parole con un tono che non pensava possibile:devoto.
“Signora, noi cosa facciamo?”
“Se non avete mie notizie entro due ore” respirò calma” voglio che il mio cadavere sia cremato e le ceneri sparse dal tetto della Stark Tower”.
Corse via come mai aveva fatto nella sua vita.
Nella mente aveva le conversazioni che aveva condiviso con quell’imbecille che si stava facendo ammazzare, davanti agli occhi fluivano le partite a carte, le discussioni, i consigli, le fughe dopo i litigi con la fidanzata manager,l’abbraccio che le aveva dato quando era rientrata dall’Egitto.
Chissà a che stava pensando lui.
Magari a Pepper, che non l’avrebbe più rivista.
Magari a lei, che magari un pompino glielo avrebbe potuto fare sul serio.
Dei, pensava come lui.
Un ghigno deformò le sue labbra.
Non prese la tuta.
Era in strada.
Era lì, nell’ascensore del parcheggio sotterraneo.
Sapeva che probabilmente Iron Man l’avrebbe odiata a morte per questo.
Si era detta che magari avendo dato inizio a tutto quel dolore, era suo dovere evitarne un po’ a un innocente.
Estrasse le pistole.
“Davvero Tony, mi disp-”
Natasha non fece il minimo rumore quando comparve alle spalle di Tony. Non fece quando Steve la guardò, tentando di dire qualcosa prima che il proiettile lo centrasse nel più perfetto silenzio.
Non ne fece quando riservò lo stesso trattamento a Bucky, se non per un motivetto che fischiettava insistentemente.
“Se canti hai meno paura” disse mentre il corpo del Capitano cadeva lentamente all’indietro, pesante per lo scudo.
Rinfoderò le pistole, si sentiva il suo sguardo puntato addosso.
“Sei libero di odiarmi, ma non te lo avrei mai lasciato fare da solo”. “Perchè?”chiese semplicemente Iron Man. ”
Perché non potevo lasciarti ad affrontare questo da solo” mormorò”le persone che si amano fanno questo, no? Camminano per lo stesso inferno e quando l’altro ha molti pesi, se possono, gliene prendono qualcuno dalle spalle” si aggiustò i capelli dietro l’orecchio,inghiottì a vuoto”le principesse non vanno deluse, ma i principi non possono sempre salvarsi da soli”concluse.
“Non sono un principe, sono un meccanico”.
“Anche Anastasia era innamorata di un meccanico”.
Gli diede un buffetto sulla guancia, lui le baciò la mano.
Tony si rialzò e camminò traballando fino a lei, che aveva gli occhi gonfi e umidi.
L’armatura scomparve tornando coi nanobot sotto la pelle.
La abbracciò.
Quella volta Natasha, mentre fuori pioveva, piangeva davvero.
Piangeva di dolore, piangeva perchè sentiva un male al petto che non pensava avrebbe più potuto sentire.
Piangeva e nonostante tutto, non si sentiva sola aggrappata alla maglia strappata di Tony, e Tony non piangeva perché aveva già pianto.
Non parlava, singhiozzava contro di lui e tremava come un gatto esposto al freddo.
Estrasse il pennarello bianco, gli tracciò qualche segno sulla maglia.
C’era scritto -pace-.
C’era scritto in russo, che andava tutto bene.
Chiamò un’equipe medica a cui affidò Stark e si accasciò stanca sull’asfalto.
Comparve Maria e le diede un passaggio alla Tower.
“Io non avrei saputo fare di meglio”.
“Tu hai sempre saputo fare di meglio”la rimbeccò Natasha.
“Quando hai intenzione di baciare Stark?”
“Quando uscirà da cardiologia con un cuore funzionante e da gastroenterologia con il fegato a posto”.
“Avrai cura di lui?”
“Sono l’unica che pare riuscirci, non credo di aver mai avuto una scelta”proseguì la rossa.
“E’ in mano al miglior chirurgo della città e ha perso meno sangue di quanto sembrava” assicurò Maria” io devo tornare alla contabilità” dichiarò”spero ti piacerà portarti a letto il tuo nuovo direttore”.
Le aveva lasciato un mazzo di chiavi.
Due sere dopo, quando Anthony Edward Stark era uscito dall’ospedale, gliele aveva date spiegandogli ciò che significavano.
“NO” aveva detto per l’ennesima volta”sono tue, sono soltanto tue” e le aveva dato un bacio.
“Sei in ospedale da due giorni e non ti sei mai lavato i denti? Ma chi ti ha insegnato l’igiene?”
“Ero a letto con un catetere e le flebo, non mi curavo dell’igiene orale”rise Stark.
“Voglio farti un regalo”gli annunciò estraendo una confezione.
Anthony alzò gli occhi al cielo quando vide cosa conteneva il pacchetto: una confezione da 40 toni di colore di pennarelli per stoffa.
La prese per i fianchi e se la tirò contro ridendo.
“Te sei matta”.
“Ehy, tecnicamente non è esatto! Soffro di disturbo ossessivo compulsivo!”ribattè la rossa e gli diede un bacio”pensi che ci abitueremo mai a questo?”
“All’essere soli, all’essere ricchi, intelligenti e meravigliosamente sexy?” tentò di smorzare il cinquantenne”No, non ho imparato in una vita, non imparerò in due”.
Natasha annuì e gli strinse meglio attorno la coperta pesante.
“Non devi muoverti o ti saltano i punti” lo rimproverò”o almeno, muoviti discretamente, stordito”.
Era finita la guerra, ne sarebbero iniziate altre.
Era finita la guerra, e loro erano sopravvissuti.
La guerra era finita, e loro si trovarono a ridere.
Ogni tanto Pepper passava a trovarli, col suo nuovo fidanzato che era vagamente più gestibile di Stark: Coulson.

Fuori pioveva, la guerra era finita e loro erano ancora lì.
Perchè erano ottimi amici.
Perché erano pessimi colleghi.
Perché Natasha era un’ottima avvocatessa e lui un ottimo inventore.
Perché erano davvero dalla stessa parte.
Perché avevano deciso che probabilmente non potendo trovare il Paradiso, avrebbero attraversato l’inferno insieme, perché non meritavano di essere soli.
Perché insieme avevano affrontato la guerra e l’unica armatura che aveva davvero protetto Tony era l’amore di Natasha.
Perché avevano cicatrici che non aveva più senso nascondere, che non

volevano nascondersi .
Erano uguali, speculari, perfetti.
Avevano attraversato l’Inferno e aveva davvero terrorizzato a morte entrambi, ma la morte li aveva solo sfiorati.
Non avevano trovato il Paradiso, ma chi diceva che con tutti quei pennarelli non avrebbero potuto iniziare a disegnarselo?

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