Fanfiction

Let It Go

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Non poteva star succedendo davvero.
Si era mossa come un automa, ci aveva impiegato quella che riteneva un’eternità, con la giovane mente tormentata dal dubbio.
Pensava prima a cosa avrebbe voluto Pietro: che lei fosse libera, che fosse felice.
Che fosse al sicuro.
Ricordava il suo sapore, il suo tocco, la sua gentilezza, la sua passione e la sensazione che aveva sentito quando la sua vita era scomparsa.
Poi la sua coscienza le riportò alla superficie un concetto: lei credeva nella libertà.
Sapeva cosa fosse il male, quale fosse la differenza fra il male minore e il male necessario, lo aveva imparato sulla sua nuda pelle e ogni minuto della vita che si era ritagliata.
Era forte, la piccola Wanda.
Contrasse una mano a pugno, riaprì le dita , chiuse gli occhi, respirò.
Ricordò la sensazione di vuoto quando aveva manipolato la mente di Natasha, ora condivideva il suo terrore, era diventata claustrofobica.
Riascoltò i battiti del proprio cuore.
Poteva negare ciò che sentiva? No, si conosceva troppo bene e conosceva bene quanto potevano essere profondi gli abissi della sua vendetta.
Gelo, rabbia, disprezzo e disgusto, li aveva usati, provati e manipolati.
Doveva calmarsi.
Aveva conosciuto Steve, Steve era gentile, solare, corretto, fiero e bello.
Pulito.
Lo amava, lo adorava e sapeva che lo avrebbe seguito ovunque in virtù di quelle sue caratteristiche specifiche.
La mascella le si contrasse e ciò dipinse una smorfia dura sul suo viso, la pioggia cadeva dal cielo estinguendo gli incendi che avevano causato le loro battaglie.
Soprattutto, la piccola Wanda conosceva la morte, lei la sentiva gridare nella testa, erano due bambini sotto un letto, erano centinaia di innocenti a piangere sotto le macerie, erano due perversi individui in un laboratorio, che consanguinei, avevano rapporti, che però non avevano smesso di essere fieramente vivi.
La morte l’aveva conosciuta quando Natasha, una sera, semplicemente, le aveva chiesto di trasmetterle la sensazione di Bruce morente, per punirsi, su imposizione della Vedova Nera, che l’aveva ritenuta poco efficiente.
Riaprì gli occhi.
Però indossava degli abiti, begli abiti e abiti rossi.
Una sera lui gli aveva detto che era felice di far vestiti per lei anche se lei gli riservava nulla più di un cortese disprezzo.
Gli aveva chiesto come mai.
“Non importa, non mi devi niente”.
Aveva vestiti prodotti, disegnati e scelti da Tony Stark, era lui che si occupava di tenerla al caldo, con un tetto sopra la testa e con un posto in cui tornare e da chiamare casa, una lingua da parlare, amici da conoscere e una vita.
Lei doveva molto a Tony Stark.
Sentì gli occhi inumidirsi, il trucco prese a colarle sulle guance.
Avevano catturato Natasha, Bucky e Clint ne reggevano il corpo anestetizzato, non debole, non vinto.
Erano dietro Tony sdraiato per terra, con il reattore Arc soltanto a brillare cupamente sterile, i vestiti zuppi di sangue.
Si era lasciato picchiare.
Violentò sè stessa e si impose di non singhiozzare.
Rese invisibile il proprio campo di forza.
Sfilò una pistola dal fianco di Natasha e sparò.
Nel silenzio, i Vendicatori si girarono attoniti.
Wanda, la piccola instabile, manipolabile, sola Wanda Maximoff.
Marciava con passo regale.
Svuotò il caricatore senza che nessuno potesse fermarla, sino a quando si inginocchiò davanti a Iron Man.
E pianse, pianse e pianse e singhiozzò la propria frustrazione e la propria tristezza e la solitudine e il dolore e il sangue che le bagnava il viso e le mani.
“Perché lo hai fatto?”tossì l’uomo.
Gli teneva la mano, era arrivata l’ambulanza, era stato barellato e caricato.
“Perché …”si sfregò il naso”i tuoi vestiti mi piacciono tanto”balbettò”cioè, quelli che mi hai fatto e sono della mia tonalità di rosso preferita” inghiottì a vuoto”è sempre colpa mia quando qualcuno si fa male, doveva finire”.
“E’ quello che ho pensato anche io per la maggior parte della mia vita” le rivelò Tony da sotto la mascherina ad ossigeno”non ho bombardato casa tua”.
“Lo so, era un piano di Ultron”confessò”ma l’ho scoperto quando non potevo tirarmi più indietro”si tormentava una ciocca di capelli.
“Passerà, ok?” promise stupidamente il cinquantenne sentendosi uno sciocco”lascialo a me il ruolo del male necessario, tu… fatti un bicchiere e gira un paio di bar mentre mi aspetti, si conosce tanta gente al bar”.
Per quelli come lei, quelli come lui, non sarebbe mai finita.
Mai.
Sarebbe uscito dall’ospedale il mese successivo, ad attenderlo l’avrebbe ritrovata.
Era ora di mettere un punto alle voci del passato, era ora di essere soltanto Wanda.
E magari un po’ felice di sè stessa, o un po’ meno triste.
Come poteva funzionare?
Spingeva la sua carrozzina e la spinse nell’ascensore del suo appartamento.
“Hai fatto una scelta coraggiosa, ripensando alla Civil War” gli disse di getto la ragazza.
“Perchè”.
“Perché hai scelto di essere non il male necessario, ma il male minore” spiegò”e ho capito un’altra cosa”.
“Cioè”.
Lo baciò.
“Che come male necessario, non sei necessariamente male”.

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