recensioni

Arrival

arrival-posterArrival è difficile da raccontare, recensire ed esprimere soprattutto in termini di trama: potremmo dire che è la storia di una linguista chiamata insieme a un team di scienziati a decifrare un linguaggio alieno per la sicurezza del pianeta, e sarebbe corretto e oggettivo ma andrebbe a impoverire la ricchezza del plot di questo film perché è la storia di una donna con una figlia, e un marito, e una carriera, e un pianeta, e la comunicazione.
Arrival è la storia di tutti noi, volendo.
Si può imputargli unicamente di essere un poco lento in alcune sequenze, ma è un lavoro di ricerca introspettiva e culturale di portata non indifferente, quasi iconografico per il modo in cui si allontana dalle pellicole di fantascienza a cui siamo abituati, tutte incentrate sull’azione, la guerra e la violenza.
E’ una storia realistica, nei termini in cui degli alieni a sette zampe cadono nel reale.
E’ realistico nei termini in cui si può determinare l’importanza della comunicazione, della condivisione, dell’accettare la propria realtà e di come sia essenziale la conoscenza culturale e linguistica sempre più capillare per essere più aperti e più vicini gli uni agli altri nonostante sia un’idea in antitesi coi risultati della moderna tecnologia e scienza.
I dilemmi etici posti in Arrival sono di un’importanza differente, toccano e migliorano il primo embrionale, forse, tentativo di Passengers di introdurre i dilemmi umani nel mondo del futuro e dell’ignoto, soprattutto, ente davanti al quale tendiamo a mostrare più paura che voglia di conoscere e imparare, tragicamente.
Il confronto con gli eptapodi, nome coniato combinando i termini greci di “piedi” e “sette”, schematico e aderente a un uso scientifico della lingua greca, che seppur morta come il latino, non finisce mai di dominare il vocabolario e la creazione di nuovi termini del mondo accademico.
Il confronto fra due persone è complesso e una scienza che nessuno riesce a elaborare, per cui non esiste un codice linguistico sempre identico a sè stesso da applicare.
Il cast per raccontare tutto questo si appoggia a una sceneggiatura che è più che robusta e delicata, toccante, senza implicazioni morali imposte da un regista/autore esterno e se ne ricava un lavoro che pizzica le corde emotive migliori di ognuno di noi.
Faccio un doveroso tributo alla bravura degli attori e alla spontaneità e  comprensione di Ian (Jeremy Renner) e al gran lavoro, sia fisico che interpretativo di Louise (Amy Adams) , che dava molto ritmo e tensione alle scene arricchendole con sapienti inserti di respiro affannoso, battito di cuore o  il tremito di una mano al momento giusto e in generale a Forest, che seppur marginale ha avuto un suo spazio.
La musica e la sua assenza, se non per i  rumori dell’attività umana sono il valore aggiunto del film, sottolineano le situazioni facendo immergere in esse ancora meglio lo spettatore, catturato già dalla potenza e magnificenza delle immagini sullo schermo.
Non mi capacito di come questo lavoro non abbia ricevuto il benché minimo riconoscimento per la sua peculiarità e delicatezza, per Jeremy e Amy.
Ve lo consiglio caldamente e con un voto di 8, per … tutto.
Spero di non avervi fatto eccessivi spoiler e che vi possiate godere la visione, buon giro al cinema anche stavolta!

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